SAMIDEANO SI RACCONTA

L’ULTIMA AVVENTURA
Riconosco a malapena – e con riluttanza – i contrassegni temporali di ieri, oggi e domani. Credo invece che sempre sia oggi. Ma non contrariatevi: vi prometto che, quando avrò finito di tracciare le linee generali, spulcerò il mio PC e vi consegnerò anche le date; so che alcuni ci tengono, ma io non ne ho mai granché capito l’importanza, e soprattutto le date (specie quella di nascita) mi disturbano, mi annoiano, mi torturano persino. E devo aggiungere che anche il ruolo dello storico, sacerdote della realtà oggettiva, non mi si addice affatto e mi affatica. Spero almeno sia utile.
Ieri mi convinsi che condividevo con la maggior parte della popolazione l’aspirazione profonda all’armonia sociale, malgrado sembri negarlo la conflittualità che regna a ogni livello, sostanzialmente indotta da un assetto ancora barbaro della società.
Il difficile è trovare il passaggio a nord ovest per aggirare questo continente consolidato della realtà che ci opprime, e della quale occorre una circumnavigazione totale, nelle menti in cui si è concretata la convinzione che la violenza, la coercizione, l’appropriazione, la competizione e la dialettica delle forze contrapposte sia un dettato immutabile e inamovibile di provenienza strutturale; e che gli ideali appartengano agli scemi, i quali nulla comprendono, e ai disadattati, che magari capiscono come va il mondo ma non sono attrezzati per scendere nell’arena.
Per un ribaltamento estremo dei fantasmi insediati, e quasi fusi, in loco delicato, la mente, occorre una leva non dura e non affilata. Desolato di non trovar leve e punti di appoggio di tal genere, ero in preda allo stesso sgomento di quando mi fu dato conoscere gli esiti oscuri delle rivoluzioni, a cui alcuni attribuiscono cause di progresso, consolandosi quand’io ne traggo disperazione.
Forse di leve dolci e possenti ce ne sono tante e il difficile è riconoscerle. Io alla fine riconobbi l’Esperanto. Diventai Samideano; e cominciò l’ultima mia avventura e il tempo presente.

L’AFFASCINANTE ROMANZO
Dell’esistenza dell’Esperanto mi ricordai per caso, quando decisi di mettere a dura prova la mia capacità inventiva, proponendomi di far diventare un unico e organico romanzo testi eterogenei, provenienti da menti che si erano sviluppate in ambienti culturali diversi. Intendevo sperimentare al contempo la disponibilità di artisti, solitamente gelosi del loro copyright, a creare assieme. Occorreva lanciare una sfida agli autori d’ogni dove, e non vedevo come fare se non con un concorso. Ma come diffondere il bando nelle varie parti del mondo? A quel punto mi sovvenni dell’Esperanto. Scrissi all’allora presidente della Federazione Esperantista Italiana, Renato Corsetti, che non conoscevo affatto. Ci incontrammo nel ristorantino della stazione di Cassino, dove chiacchierammo mangiando pasta e fagioli. Egli aveva portato con sé l’inseparabile Amerigo Iannacone, eminente esperantista, editore, prolifico e finissimo scrittore e poeta, della cui collaborazione disinteressata e specialissima ho potuto poi godere, nel mentre che la nostra amicizia diventava profonda, finché la sua laboriosa vita non fu recisa in un lampo dal caso, su un passaggio pedonale. Per un anno rimasi stranito, svenato. Con lentezza, come convalescente quando primavera non giunge ancora, mi risollevo.
Dunque, ai miei due interlocutori piacque il mio progetto e si dichiararono disposti a sostenerlo e diffondere il necessario concorso attraverso i canali esperantisti. I testi che sarebbero giunti in esperanto li avrebbero celermente tradotti una dozzina di volontari esperti, essi compresi, che oltretutto mi avrebbero assistito per la corrispondenza, giacché ancora non avevo intrapreso lo studio della lingua. Il romanzo, pubblicato dapprima in italiano, è stato successivamente tradotto e pubblicato in Esperanto. Questi sono i letterati che hanno assunto l’estenuante compito: Enrico Brustolin, Renato Corsetti, Silvia Garnero, Amerigo Iannacone, Gigi Montalbano, Nicola Morandi, Sergio Maria Pisana, Nicolino Rossi, Graziano Ricagno, Silvio e Alessandro Stoppoloni, Luciano Viviani. Nell’ambito esperantista, lo constatavo e ne ho prove continue, è sorprendentemente vivo lo spirito generoso di lavorare per uno scopo che trascende il lucro, con sacrifici di tempo e fatica che non importa se resteranno anonimi. Renato Corsetti non ha mai smesso di soccorrermi in ogni momento, e ho potuto conoscere la forza psichica e morale di un uomo pragmatico e che punta dritto al suo obiettivo come un ago magnetico. Mai avevo visto uno così. Un eroico stratega.
Avevo dunque trovato dei miei simili!
Samideano (amico della stessa idea) consueto sinonimo di esperantista, fu sostantivo che mi affascinò subito, tanto da indurmi a farne il personaggio protagonista del romanzo e, alla fine, assumerlo come mio nome d’arte per firmare il libro. Mi ci affeziono sempre più, caricandolo di significati e affidandogli sognanti fantasie; ma è alquanto rimarchevole che sempre più persone in esso mi riconoscono e Sam, come nel romanzo, mi chiamano affettuosamente.

Questa che segue è stata la provocazione, divenuta poi parte integrante del libro, agli ignoti probabili autori, all’interno del bando del concorso denominato “Chi ha conosciuto Bosco Nedelcovic?”, titolo poi del libro. (qui il sito di allora)

Molti anni fa, quando ancora il web non signoreggiava, mi giunse un ciclostilato curioso e interessante. Era firmato da un certo Bosco Nedelcovic. Esprimeva una filosofia della libertà individuale ampia, fuori dagli schemi, ma affascinante per una certa rispondenza a un anelito confuso, prepotente e frustrato che scalpitava nel mio animo giovane. Traspariva una comprensione psicologica non comune e proiettava il miraggio di una società utopica di profonda e reciproca comprensione fra gli esseri. Certo non poteva tratteggiare ogni aspetto del vivere civile in poche pagine; e dunque qualche interrogativo lasciava. Perciò decisi di scrivergli, per formulare alcune domande e, mi ricordo, per enunciare quel che ognuno di noi avrebbe dovuto pagare di lacerazioni psicologiche all’uguale diritto degli altri di accedere a ciò che egli indicava, con mia grande partecipazione, come riconfigurazione sostanziale dello spazio soggettivo.
La risposta arrivò, abbastanza repentina. Non era proprio Bosco a scrivere, ma una giornalista che trovava le mie osservazioni di ‘particolare sensibilità’ e pertanto voleva conoscermi. Non riuscii mai a capire se Nedelcovic fosse un personaggio inventato dalla stessa Sandrina Ognali, al fine di svolgere una ricerca sociologica, oppure, come disse lei, un autentico signore slavo, che aveva soggiornato per un breve periodo in Italia e che ella aveva avuto la gioia di conoscere e da cui aveva ricevuto i contatti, tra essi il mio, e gli incartamenti, prima che ripartisse. Quale influenza abbia esercitato sulla primaverile mia mente e sul modo di sentire, la frequentazione di tale serenissima signora, è una storia lunga, delicata e complessa, anche se non posso affermare sia un’altra storia, come si usa dire quando si vuol tacere. È un intreccio che ancora dipano nel brusio non so di quanti e quali piani della psiche. Mi domando se mai Bosco sia ritornato. Se ancora adepti, o illuminati che qui abbia lasciato, coltivino come me una nostalgia di quella società che egli credeva possibile e che, di là dell’unico esempio della giornalista, non ho mai, in nessun altro umano, visto comparire. E piuttosto constato come le libertà degli individui siano sempre piú in contrasto, e dunque di segno opposto, a quelle da Bosco proiettate. Forse Bosco Nedelcovic era pseudonimo coniato, cosí oso credere, da colei che m’insegnò a slacciare interne tensioni e che forse è ormai per tutti perduta. Oppure egli era un profeta inascoltato, che poi si volse a vita ascetica. La scomparsa di entrambi mi lasciò alieno; e fu come la dichiarazione universale che, per noi, qui, non c’è speranza. Ed è, questo, come tutti sanno, luogo di violenza e degrado. Pessimismo che lacera radici di vita e contro il quale eccomi ancora a combattere. Qualche volta, arrivando a dubitare dei passati accertamenti, torno a bussare alla porta di Sandrina. E trovo sempre incomprensibile che nessuno la ricordi, come inaccettabile che mi dia la stessa disperazione. Vorrei poter dire: Bosco Nedelcovic non ci ha mai lasciati o, al peggio, è tornato. Vorrei poter andare sulle tracce della sua identità e del suo insegnamento. Se qualcuno avesse conosciuto Bosco o Sandrina, o ne avesse udito parlare, non me lo taccia ancora. E chi dovesse custodire anche una sola frase a loro attribuita, graziosamente me ne renda partecipe.
samideano@hotmail.it

Arrivarono, numerosi, lunghi racconti, dando molto lavoro ai traduttori. Alla fine scelsi i lavori più fantasiosi. Vi tessei intorno e dentro, senza alterarli, e permettendo al lettore di capire (quando ciò non disturbava la narrazione, ma sempre concordando con lo scrittore), per differenza grafica, dove aveva messo le mani Samideano.
E non dirò mai abbastanza bene degli autori che collaborarono, e con cui ancora oggi fraternizzo. È stata gioiosa esperienza creativa di due anni. Un lavoro massacrante e bello! Ne venne fuori un “affascinante romanzo”, come scrisse il critico Anna Maria Crisafulli Sartori, che allora conoscevo appena e ora mi gratifica della sua affettuosa amicizia, fino a essere una dei fondatori di Sicilia Esperantista. “Chi ha conosciuto Bosco Nedelcovic?” dipana un’eretica realtà estesa in più mondi, di cui talvolta descrive originali scenari psicologici, fisici e metafisici. (Presentazione a Palermo)

GLI ESPERANTISTI SON CAVALIERI
Come quasi tutti, ho studiato a scuola inglese e francese; ma, come pochi, con scarso profitto. Sprovvisto di buona memoria, non volevo che parole straniere affollassero la mente, disturbando la buona gestione della lingua madre, che è musica e danza. Ed è come pensate: brutta sindrome illusionale mi possedeva, contro cui ora lotto, in favore dell’Esperanto, con successo che potrebbe essere migliore. E mi logora, come tutto ciò che è mediocre.
Le relazioni internazionali che mi aveva fruttato oltre ogni aspettativa “Chi ha conosciuto Bosco Nedelcovic? / Kiu konis sinioron Bosko Nedelkoviĉ?”, pubblicato nelle due lingue, erano diventate così complicate, dovendo ricorrere agli amici traduttori, e alla fine tanto mortificanti, che dovetti capitolare: m’inginocchiai a Zamenhof, con la mente, come un pellegrino bisognoso e implorante. Tuttora un fluttuante lessico turbina e mi confonde. La lingua facile mina la mia sicurezza; è difficile tuffarmici dentro e farmi permeare il pensiero, la personalità, la coscienza; avventuroso, come lo credevo, il mio io teme la trasmutazione! Costretto ancora a tradurre me stesso, timoroso di affrontare la conversazione viso a viso, fuori della carta e senza dizionario. Una durezza mentale che mi stupisce e mi mortifica.
E così li capisco, capisco tutti coloro che, per sindromi simili, si sgomentano davanti al pc, per esempio, o all’Esperanto stesso, che andrebbe studiato preferibilmente da piccoli, a scuola, o meglio fra le braccia delle madri. Giacché di esso l’umanità ha assolutamente bisogno. Per sottrarsi ai domini culturali, per mettere fine alla babele.
Gli esperantisti sanno bene a quale mutazione del cuore induca chi afferra l’interna idea che all’Esperanto fa anima.
Gli esperantisti si domandano, al pari di me, perché mai una così evidente possibilità di fraternizzare fra i popoli non sia ancora esplosa e non dilaghi; perché, insomma, i milioni che perdono tempo in giochi inutili, che riecheggiano gli allarmi sociali e ambientali, contribuendo allo schiamazzo generale inoperoso e vile, non trovano gratificazione nell’apprendere una lingua ch’è speranza per tutta l’umanità. Più ancora, perché la gente più colta non afferra l’opportunità di elevare l’atteggiamento morale della società, proponendo ai propri figli lo studio della lingua, la cui genesi è storia anche affascinante, che affonda radici nei millenni. E perché i più intelligenti non si schierano dalla parte di chi si adopera per sanare, e trovano appagante sentirsi profetici per aver capito che la società si sfascerà, le nazioni confliggeranno, la finanza affamerà sempre più i popoli, l’equilibrio climatico collasserà e miliardi di persone moriranno. Perché mai la massa della popolazione vede chi propone soluzioni pacifiche come nemico o stupido? Forse perché osa chiedere responsabilità e impegno? La caratteristica umana più comune dunque è l’ignavia? La gente crede che l’unica cosa che può compensare l’opera è il soldo? Ma questa è proprio la mentalità dei servi! La decantata nobiltà del lavoro sta nel lavoro disinteressato, filantropico, lungimirante e saggio. Ed ecco perché, ai miei occhi, gli esperantisti sono dei cavalieri, che per definirli meglio ho chiamato “Cavalieri della Pace”. Senza spada, forsanche senza scudo.

LA CIVILTÀ DEL POI
La capacità degli esperantisti di organizzarsi è rilevante. Centinaia di migliaia, pochi milioni o tanti, non riesce appurarlo, costellano tutti gli angoli del pianeta di gruppi interconnessi, nutriti o esigui, di un’efficienza che non ha eguali. Maestri di squisite relazioni, dell’espressione cortese, attendono nel loro salotto o al tavolo da cucina il volenteroso che bussa per ricevere l’alba futura. Da cento anni quest’amoroso soccorso perpetua una specie preziosa e tenace, che lentamente cresce di numero, d’iniziative e consapevolezza. Mi ha commosso l’umiltà dei famosi e grandi, in lingua e arte: fui trattato come un loro pari, pur novello e bisognoso di tutto.
Un popolo amabile, una civiltà del poi in un mondo ignaro alla deriva.
Un nuovo ballo fa il giro del mondo in poche ore; in un minuto vien dichiarata guerra, per cui milioni di ragazzi sono pronti a morire.
Ma l’Esperanto – riconosciuto propedeutico all’apprendimento di altre lingue, perché miracolo di logica evidenza delle parti del discorso, semplicità grammaticale e geometrica costruzione sintattica, oltreché formidabile veicolo didattico di un alto ideale filantropico, accolto dall’UNESCO che fa da decenni appelli agli Stati affinché l’introducano nelle scuole – trova ministeri pronti a sollecitare i direttori didattici, ma senza fornir loro fondi. Nessuno si preoccupa di creare i professori di questa lingua, tranne le associazioni esperantiste, che non potranno fornire loro una cattedra a fine corso.
Da allievo a docente: volontario bussai nelle scuole. Più volte respinto, trovai una classe a Santa Teresa di Riva, appoggiato dalla maestra Maria Catena Miuccio, diventata poi esperantista; un’altra a Sant’Angelo di Brolo, dove la dirigente era ostile, ma i buoni auspici del sindaco, Basilio Caruso, per qualche anno mi trovarono spazio. Per quattro anni ho insegnato nella scuola media “Alberto Stagno D’Alcontres”, affettuosamente accolto dal signorile preside Angelo Cavallaro, poi dalla dirigente che gli succedette, Patrizia Italia, e sostenuto dalle professoresse, che con me hanno poi studiato la lingua, Rosalba Mancuso, Denise Cavallaro e Silvana Imbesi. Quest’ultima ne è diventata una buona insegnante. Dimenticavo: ho avuto una classe anche nella scuola media di Merì per un anno. I bambini apprendono con grande rapidità; dopo quattro o cinque lezioni, sono in grado di tradurre correttamente con l’ausilio del piccolo dizionario delle radici di Vassella e Corsetti. Credo di aver iniziato oltre 500 allievi. Tanti! Pochissimi per l’obiettivo di una lingua unica per tutti, libera per un’umanità libera. E soprattutto, con pena, mi domando quanti di essi lo coltiveranno: per lo più ci si adatta all’ambiente. Ed è l’ambiente che va cambiato.

CAMBIARE L’AMBIENTE
Gli esperantisti perpetuano sforzi generosi per la divulgazione della lingua universale e per il supremo obiettivo per cui è stata creata: la pace. Si tratta di un cambiamento culturale radicale, propedeutico a un livello di civiltà superiore.
A pensarci, poiché la guerra sembra così insensata e degna soltanto di orde barbariche, stupisce come ancora non sia debellata e non sia invalsa la generale consuetudine di discutere e concordare le decisioni per il bene comune. Deve esserci una ragione che va al di là degli interessi veri e propri, visto che in effetti nessuno in realtà alla fine se ne giova.
Sospettiamo che si attribuisca alle necessità di efficienza, ai fini della guerra, un benefico e irrinunciabile stimolo al progresso, e che la pace sia considerata noiosa e regressiva.
Deve esserci, mi dicevo, sia pure ancora nell’iperuranio atono e diafano, la giusta parola, la giusta azione che slacci il sacco in cui è rinchiuso e compresso Esperanto, impetuoso re dei venti. Quali orecchi fini possono udirne l’attutito fruscio melodioso?
Mi risposi subito: gli scrittori, i poeti, gente abituata a riflettere e creare nuove realtà mentali. E sapevo già come provocarli, invitarli, chiamarli! Diventai un organizzatore di premi letterari.
“Poesia da tutti i cieli”

Socio Onorario

Ed ecco assieme, in una Giuria, letterati di chiara fama, non solo esperantisti, alcuni dei quali considerati dei veri e propri geni, disposti a leggere e valutare centinaia di poesie che pervengono da tutta Italia e da ogni continente. Giuseppe Campolo (segretario), Renato Corsetti, Anna Maria Crisafulli Sartori (presidente), Amerigo Iannacone, Ella Imbalzano Amoroso, Carmel Mallia, Carlo Minnaja, Luigia Oberrauch Madella, Nicolino Rossi, Nicola Ruggiero. Le poesie pervenute in Esperanto, per renderle leggibili ai membri non esperantisti, ecco questo scalmanato tradurle man mano arrivano. I commissari ricevono da me un unico file con le poesie anonime numerate, in due colonne, i testi affiancati nelle due lingue. Gli esperantisti tra essi possono leggere l’originale in esperanto, oltre la mia traduzione, gli altri tutto in italiano. Un sistema di schede, alla fine affiancabili, mette in condizione me, autoescluso dalla valutazione, di sommare i voti e produrre la graduatoria da cui escono i vincitori. Migliaia, forse decine di migliaia, attraverso questo concorso, in Italia, apprendono qualcosa di più della lingua universale o addirittura per la prima volta ne sentono parlare; qualcuno decide di studiarla.
Premiazione, per i primi tre anni, in ottobre, nel teatro comunale di Sant’Angelo di Brolo; il quarto anno a Terme Vigliatore, nel salone del Parco Augusto, e nei cui appartamenti vengono alloggiati gli ospiti dall’Italia e dall’estero. Segnatamente i Cavaliere di Sicilia Perla Martinelli, di Spagna, e Carmel Mallia, di Malta. L’esito qui.
Poi il buco: ci fu sottratto Amerigo. Non so se si può intendere il mio smarrimento, il senso dell’inutilità di tutto. Non ne voglio parlare; non so quale forza mi ha obbligato a ricominciare.
Accade sempre che incontro qualcuno che mi soccorre quando ho una difficoltà o non ho la preparazione per risolvere un problema. E ora, la Provvidenza sa che mi occorre essere sostituito, almeno in parte? Aiutato.

RICERCA DEI SALVATORI
Chi, meglio dei poeti, potrebbe capire la squisita forza della corale richiesta della pace, attraverso il disegno poetico dell’Esperanto? Eppure nemmeno essi saranno i compositori per tale orchestra: sono degli adulti, con tutti gli obblighi, incombenze e stanchezze proprie di questa condizione.
Così come sono largamente schivate, da miseri e potenti, la fratellanza, la giustizia sociale, l’agiatezza diffusa, la collaborazione, è scansato l’Esperanto. Deve, dunque al più presto, entrare – e mi ripugna dirlo, ma confido nella sperimentata moderazione e saggezza dell’apparato scolastico – obbligatorio nelle scuole come seconda lingua, sin dalle elementari. E questa necessità sociale gli adulti possono capirla: essi, infatti, nell’educare ricorrono all’imposizione con dissimulato amore, quando è il mezzo più spicciativo ed efficace per ottenere un risultato d’importanza vitale. E qui, cari miei, nemmeno lo sfascio del clima si risolverà se non si costruisce un’armonia planetaria di cuori e menti. Non ne sentite l’urgenza?
Molte più persone, che i praticanti l’Esperanto, possono riconoscere facilmente il valore di una lingua non etnica, universale, ravvisandola nell’Esperanto, se non devono fare sacrifici personali. Ecco che così si concepisce un nuova e più ampia identità di esperantista: colui che desidera consciamente l’avvento dell’Esperanto e della pace che l’unificazione ideale dei popoli renderà obbligatoria. Oh, se questo desiderio diventasse universale! Sicilia Esperantista si informa a tale concetto, creando un ponte fra l’élite degli esperantisti veri e propri e tutti coloro che all’ideale esperantista si aprono, almeno con il cuore. Essi renderanno universalmente possibile, e conveniente a chi cerca suffragio, l’adozione dell’Esperanto nelle scuole.
Moltissime sono le Associazioni che sposano l’ideale di pace e giustizia che è pure dell’Esperanto. Se esse, una buona parte di esse riconoscesse e affermasse esplicitamente la cruciale importanza della lingua universale, esprimerebbero una tal forza vocativa che potrebbe somigliare a un ordine. Si proverà un efficace invito.

I PATROCINI
Avrete notato che questo nuovo sito de “I concorsi di Samideano” è alquanto diverso dal precedente, non soltanto per la grafica. Per esempio, non abbiamo chiesto nessun patrocinio. Non godiamo della vostra fiducia? Ci deve avallare qualcuno?

LE CITTÀ ESPERANTISTE
Basilio Caruso sindaco.
Per “Poesia da tutti i cieli”, dispose in mio favore l’uso gratuito del teatro comunale. Redasse la delibera, la propose alla Giunta che l’approvò: Sant’Angelo di Brolo “Città esperantista”. Seguirono Librizzi, Castroreale e Terme Vigliatore. Numerosi altri sindaci dei Comuni contattati erano ben disposti a tale delibera. Confortevole aver trovato donne e uomini molto colti, lucidi e animati dall’amore per la loro terra. Ero e sono convinto che un’area di Comuni Esperantisti abbastanza vasta possa attrarre l’attenzione e magari portare turismo esperantista e di curiosi d’ogni dove, con l’effetto che gli utilitaristi si destino e i giovani trovino una ragione pratica per imparare l’esperanto d’accoglienza. In effetti alcuni cittadini hanno seguito un corso per l’apprendimento della lingua.
L’impegno che mi avrebbe richiesto continuare il pellegrinare per le cittadine dei Nebrodi – pena che ben conoscevo – e le ingenti spese per andare e venire per un incontro frettoloso e non immediatamente risolutivo, superavano le disponibili forze finanziarie e fisiche. Tuttavia ritengo ancora sia strategia coadiuvante valida per l’obiettivo finale di indurre il governo a introdurre la lingua nelle scuole; pertanto ancora potrebbe essere perseguita in ogni Comune della Nazione, sol che ci fossero persone disposte a operare nella propria città, approfittando dell’esperienza che ho accumulato e offro.


ULTIMO PER ME,
ANCHE  QUESTO È UN ROMANZO
CHE SCRIVEREMO ASSIEME.
NON SULLA CARTA. NON PIÚ SULLA CARTA. E OGNUNO PUÒ ESSERE IL PERSONAGGIO CHE VUOLE.

 

 

 

SANT’ANGELO DI BROLO

LIBRIZZI

CASTROREALE

TERME VIGLIATORE

 

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PREFAZIONE A “POESIA DA TUTTI CIELI” quarta edizione

LE VERE INVENZIONI UMANE di Giuseppe Campolo

Si accingeva a impaginare questo libro, il quarto relativo a “Poesia da tutti i cieli”, l’ultimo delle diverse centinaia pubblicati dalla sua Casa editrice “Edizioni Eva”, tutti da lui accuratamente revisionati. Tanti titoli, anche in Esperanto, di autori italiani e stranieri, di poesia, narrativa e saggistica. Tutti testi di buon livello. Egli stesso fine poeta, narratore garbato, sottile saggista attento alle anomalie del nostro tempo, Amerigo Iannacone. A lui è dedicata questa raccolta.
La sua scomparsa improvvisa e prematura non traumatizza soltanto affetti e tronca la sua attività d’artista e di uomo socialmente impegnato, ma dà cesura al macinare di molte menti, fulmina coscienze, annichilisce entusiasmi; un senso di inutilità d’ogni azione invade il nostro mondo. Sconvolge il significato naturale delle cose che ci raccontiamo, ripropone il dilemma cruciale degli eventi, se rispondono cioè alla signoria di una sapienza occulta o sono frutto della mostruosa casualità del fato. E nuovamente evidenzia l’inaccettabilità della condizione umana, essenzialmente disumana. Tutto d’improvviso riappare fondato sulla violenza come strutturalmente metafisica.
Ci è difficile adattarci; ma non biasimeremo chi si è fermato ai tragici greci o all’attesa delle settantadue vergini “houri”, posta la nostra fragilità. Nonostante questa, emergendo da una natura brutale, l’uomo ha la gloria di aver inventato la giustizia, il senso morale e quel che si chiama amore universale. Il nostro tempo non è in degrado; e guardando alla storia ci si convince: non si è sollevato del tutto e in concreto dalla barbarie. Esemplare figura umana, Amerigo lavorava per migliorare il mondo. Come lui, come milioni di persone, noi amiamo la poesia e, come lui, crediamo che essa abbia una grande importanza educativa, che abbia segnato la comparsa della civiltà e la guidi ancora, e la porterà pienamente ad essere. Ed egli nell’Esperanto, fiorito dalle utopiche sfere mentali della poesia, vedeva un’opportunità di riscatto delle genti, una modalità per attingere un piano superiore. E aspettava pazientemente, ma lavorandoci, che si attivassero i processi psichici e mentali necessari.
Se esiste la vita, se il futuro che ci trascende non ci è tuttavia indifferente, l’azione deve pure avere un senso e rispondere a una forte ragione. Se il prediletto amico Amerigo ha lavorato per un’intera vita, non per il denaro, ma per un ideale, ciò deve pure avere un valore su un gradino di altra qualità che l’inerzia, la sfiducia e il disinteresse.
Come possiamo sottrarci, come possiamo pensare che non ci riguardi? Amici miei, non possiamo che lavorare anche per lui, e con un po’ della sua umiltà. Che si voglia o no, rappresentiamo anche noi la vita che si oppone all’entropia che i media assecondano e certi poteri inducono. Alla violenza attuata e rappresentata, alla predazione, alla prevaricazione, a ogni abbrutimento noi rispondiamo con la poesia e con la richiesta della pace universale, che è la più squisita invenzione umana. Ha rilevanza cosmica e puoi dirla anche favilla della frammentata Superforza, o Dio.

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COME CAMBIA IL NOSTRO PAESE SECONDO IL CENSIS di Antonella Giordano

Puntualmente ogni anno il CENSIS, il Centro Studi Investimenti Sociali fondato nel 1964 che svolge attività di ricerca socio-economica, pubblica il «Rapporto sulla situazione sociale del Paese».
Il Rapporto, a partire dal 1967, esprime l’impegno di rendere disponibile uno strumento di analisi e di interpretazione dei fenomeni, dei processi, delle tensioni e dei bisogni sociali emergenti.
Fin dalla prima edizione – quella di dicembre 2018 è la 52esima – il Rapporto mantiene la stessa struttura.
Il Rapporto si apre con le Considerazioni generali. Le Considerazioni generali di abbrivio propongono un modello interpretativo che ripercorrendo su base analitica gli anni precedenti offrono un quadro conoscitivo della continua trasformazione del Paese; nella seconda parte, La società italiana al 2018, vengono affrontati i temi di maggiore interesse emersi nel corso dell’anno: le radici sociali di un sovranismo psichico, prima ancora che politico, le tensioni alla convergenza e le spinte centrifughe che caratterizzano i rapporti con l’Europa, gli snodi da cui ripartire per dare slancio alla crescita. Nella terza e quarta parte si presentano le analisi per settori: la formazione, il lavoro e la rappresentanza, il welfare e la sanità, il territorio e le reti, i soggetti e i processi economici, i media e la comunicazione, la sicurezza e la cittadinanza.
Tra tutti gli argomenti trattati – assolutamente interessanti – alcuni sono percepibili a pelle anche se non si posseggono competenze socioeconomiche specifiche.
Tra i tanti quelli afferenti il territorio.
È sotto gli occhi di tutti il disagio abitativo aggravato dall’estrema debolezza del sostegno pubblico. Il Rapporto denuncia la carenza del patrimonio di edilizia sociale pubblica, che su tutto il territorio nazionale è oggi ridotto a meno di 1 milione di alloggi (contro gli oltre 5 milioni della Francia, ad esempio). Non solo la realizzazione di nuovi alloggi sociali è ridotta ai minimi termini (appena 4-5.000 unità all’anno), ma anni di vendite del patrimonio (poco meno di 200.000 le abitazioni vendute dal 1993 a oggi) hanno ridotto il già contenuto stock di alloggi sociali. In attesa c’è però una domanda inevasa enorme: almeno 650.000 famiglie in graduatoria. Nel 2017 gli sfratti emessi (che ormai in 9 casi su 10 sono riferibili alla morosità dell’inquilino) sono stati quasi 60.000, quelli eseguiti 32.000: in pratica in Italia ogni giorno lavorativo oltre 100 famiglie vengono sfrattate.
E ancora. Dal 2014 abbiamo in Italia 10 nuovi enti che si chiamano Città metropolitane. A questi se ne sono aggiunti altri 4 voluti dalle Regioni a statuto speciale. Territori ampi, ma con densità abitativa non certo da area metropolitana (470 abitanti/kmq in media, con un massimo di 2.630 abitanti nell’area napoletana e un minimo di 172 in quella reggina).
La variabilità infra-regionale è aumentata nell’ultimo decennio per tutti i principali indicatori socio-economici. Le regioni che divaricano al loro interno non sono solo quelle dove è presente un grande magnete metropolitano, che determina fenomeni di accentramento che possono incidere sulla misura della variabilità regionale complessiva. L’aumento dei divari interessa quasi tutte le regioni. Ad esempio, il Pil pro-capite mostra una variabilità media infra-regionale di 6.160 euro/anno, con un aumento di 750 euro/anno nell’ultimo decennio.
Le aree interne raccolgono il 60% circa della superficie nazionale, il 53% dei comuni italiani e una popolazione di circa 13,5 milioni di abitanti. Ma anche le aree interne possono essere più o meno marginali e dunque molto diverse tra loro. I comuni periferici e ultraperiferici sono 1.842 (il 23,2% del totale) e risultano maggioritari in alcune regioni, come la Basilicata (84,7%) e la Sardegna (59,7%), e sono molto presenti in Trentino Alto Adige (47,6%), Sicilia (44,9%), Molise (43,4%) e Calabria (40,3%). La popolazione presente in questi territori (circa 4,5 milioni di abitanti) evidenzia profonde differenze su base geografica. Nelle aree del Mezzogiorno si arriva al 15,7% (con una punta del 63,7% in Basilicata), nel Nord-Ovest non si va oltre il 2,6%. La dinamica demografica degli ultimi 10 anni è negativa per i comuni periferici e ultraperiferici (-2% a fronte di un valore complessivo nazionale del +4,1%), con punte di impoverimento demografico che superano il 10% in Friuli e Molise.
È più vivo che mai il fenomeno dell’emigrazione massiccia di studenti dai territori più economicamente marginali  verso i poli metropolitani del Centro e del Nord. Sono 172.000 gli studenti che partendo da una regione del Sud sono iscritti ad un corso di laurea in un’università del Centro-Nord (pari all’11% di tutti gli iscritti all’università), mentre sono poco più di 17.000 quelli che compiono il percorso inverso. Il saldo netto fra gli ingressi e le uscite in queste regioni, sin dalla prima immatricolazione ad un percorso universitario (laurea triennale o magistrale a ciclo unico), risulta molto negativo per alcune regioni del Sud (Puglia -35.000 studenti, Sicilia -33.000, Calabria -23.000). Le regioni in grado di calamitare la maggior parte degli studenti fanno registrare un saldo fra arrivi e partenze molto positivo: Lazio (+48.607), Emilia Romagna (+32.918), Lombardia (+24.449) e Toscana (+14.268).
Degno di attenzione è anche la situazione di benessere rilevata. La domanda di servizi trova oggi soluzioni nel «fai da te» delle reti di relazione familiare oppure sul mercato. Non basta aumentare il numero e la tipologia di servizi e prestazioni nel welfare, se poi non si creano le condizioni affinché le persone che ne hanno bisogno e diritto li utilizzino realmente. Il 52,7% degli italiani non sa a chi rivolgersi in caso di un problema di welfare. Il 44,9% si è rivolto a familiari e amici che già avevano affrontato il problema, il 27,1% ha fatto ricorso all’aiuto pagato di società specializzate, il 24,8% ha rinunciato a risolvere un problema perché non è riuscito a capire a chi rivolgersi. A fronte del 51,5% di italiani convinti di poter affrontare i problemi da soli, il 48,5% invece non è in grado di affrontare autonomamente le difficoltà.
La risposta migliore al disagio resta la creazione di nuovo lavoro vero, sostenibile, con retribuzioni appropriate. In alcune aree territoriali il disagio è più marcato: tra le province il cui tasso di occupazione presenta un divario rilevante rispetto al tasso di occupazione nazionale ci sono Reggio Calabria (-20,4%), Foggia (-19,8%) e Agrigento (-18,2%). Mostrano invece performance positive in termini di crescita dell’occupazione nel periodo 2013-2017 le province di Barletta-Andria-Trani (+4,7%) Siracusa (+2,5%), Enna (+4%), Caltanissetta (+3,4%), Palermo (+2,6%) e Napoli (+1,0%). Sul fronte dell’occupazione giovanile sono presenti dinamiche di restrizione nel periodo 2013-2017 che interessano le province di Bolzano (-2,2%), Sondrio (-2,8%), Cuneo (-2,1%), Brescia (-2,7%) e Verbano-Cusio-Ossola (-1,1%). Di fronte ad una geografia così specifica della creazione o meno di occupazione, anche le risposte di welfare non possono che modularsi sulle peculiarità locali.
Altro argomento che ritengo interessante è, infine, quello afferente l’evoluzione dei sistemi di comunicazione. Sul punto si legge nel Rapporto che i dispositivi della disintermediazione digitale continuano la loro corsa inarrestabile, battendo anno dopo anno nuovi record in termini di diffusione e di moltiplicazione degli impieghi. Oggi il 78,4% degli italiani utilizza Internet, il 73,8% gli smartphone con connessioni mobili e il 72,5% i social network. Nel caso dei giovani (14-29 anni) le percentuali salgono rispettivamente al 90,2%, all’86,3% e all’85,1%. I consumi complessivi delle famiglie non sono ancora tornati ai livelli pre-crisi (-2,7% in termini reali nel 2017 rispetto al 2007), ma la spesa per i telefoni è più che triplicata nel decennio (+221,6%): nell’ultimo anno si sono spesi 23,7 miliardi di Euro per cellulari, servizi di telefonia e traffico dati. E abbiamo finito per sacrificare ogni mito, divo ed eroe sull’altare del soggettivismo, potenziato nei nostri anni dalla celebrazione digitale dell’io. Nell’era biomediatica, in cui uno vale un divo, siamo tutti divi. O nessuno, in realtà, lo è più. La metà della popolazione (il 49,5%) è convinta che oggi chiunque possa diventare famoso (il dato sale al 53,3% tra i giovani di 18-34 anni). Un terzo (il 30,2%) ritiene che la popolarità sui social network sia un ingrediente «fondamentale» per poter essere una celebrità, come se si trattasse di talento o di competenze acquisite con lo studio (il dato sale al 41,6% tra i giovani). Ma, allo stesso tempo, un quarto degli italiani (il 24,6%) afferma che oggi i divi semplicemente non esistono più. E comunque appena uno su 10 dichiara di ispirarsi ad essi come miti da prendere a modello nella propria vita (il 9,9%). In più, il 41,8% crede di poter trovare su Internet le risposte a tutte le domande (il 52,3% tra i giovani).

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RIVOLUZIONE VERDE di Giuseppe Campolo

«Tu sai ascoltare» disse. Ed è vero, so ascoltare.
Lui mi abbordò, con cenni nervosi d’invito, in quel di via Garibaldi, là dove si apre la piazza del Municipio, chinandosi e sporgendosi dalla sua Jaguar F-type coupé, mentre andavo un po’ zoppicante per il salto da una finestra di giorni addietro.
Con l’istinto del seduttore, mi condusse dove gradiscono le spaesate canterine di Praga, per subire l’incanto della città distesa giù, sul mare.
«Ho raggiunto i 250 km/h, che sensazione!» Battè sul supporto del cambio, come si fa coi cavalli, e poi proferì con un sorriso gaudioso dei suoi perfetti denti imbullonati: «Sembra di essere sul punto di cambiare stato, di levitare, di sublimare. La velocità è qualcosa di bello in sé, sappilo!».
Non mi sorprese la sensibilità alla bellezza per un cultore di archi e architravi e balconi e terrazze e perimetri di bagni e alcove; ma quell’entusiastico apprezzamento del movimento, fatto proprio da un esponente della scienza statica, mi parve bizzarramente contraddittorio.
E ancora non conoscevo la ragione per cui l’artista del cemento mi circuiva con i suoi gesti eleganti.
La sua nobile figura smontò dalla macchina, quasi danzò verso la balaustra; lanciò indietro, verso me, uno sguardo vibrato, per poi appoggiarsi al parapetto e farsi invadere dalla beatitudine. Per non disturbare l’asceta, sarebbe stato doveroso per me andarmene, persino eroico e dimostrativo, ma, stante il piede dolorante, sarebbe stata soltanto una prova di stupidità, punita col dovere affrontare tutta la lunga sinusoide della discesa per il ritorno, quand’anche scartassi le ripide scalinate. Ero di fatto suo prigioniero. E alla fine, martoriato da fitte al calcagno, andai verso quel parapetto che non frequentavo da decenni.
Anche i più raffinati cultori del gusto si abituano a ogni ferita della bellezza. Egli, pur architetto, non disse nulla sull’inopportunità estetica della Madonna, laminata in oro zecchino, su una stele spropositata, come quella del porto di New York che, seppur regge il simbolo opposto: la Libertà, è tuttavia più brutta ancora. E sotto la colonna, nella arrotondata, infinitamente aggraziata punta della falce del porto, in Messina, un enorme orribile muro, detto Bastione di Sant’Anna, porta la scritta benevola e dominante “Vos et ipsam civitatem benedicimus” leggibile dal Ryanair Roma-Reggio Calabria, quando vira per imbroccare da sud l’aeroporto. Per la storia, l’ing. Francesco Barbaro fu l’emerito progettista.
«Pippuzzu, ci crederesti se ti dicessi che ho ideato l’atto più rivoluzionario e al tempo stesso più pacifico?» Certo, se lo trovassi credibile! Ma se è credibile, dubito che sia cosa nuova.
«Dunque fai conto che tutta la gente si mette a fare l’unica cosa che potrebbe salvare il pianeta, ed è un gesto semplicissimo e per niente impegnativo.» Ma dovrebbero farlo tutti; ed ecco che il progetto si rivela incredibile: il mio scetticismo non si smuove. Sentiamo però il resto. «Ho preparato un proclama che sto divulgando il più possibile, ma i media non lo raccolgono. Tu puoi aiutarmi, che hai innumerevoli contatti internazionali, visto che tante persone sensibili e colte, come hai scritto tu stesso da qualche parte, partecipano ai tuoi concorsi.» Nauseante come una persona colta come lui non abbia percezione che una buona ragione non è qualità sufficiente per muovere la gente, e come non abbia idea della miserabilità, non commiserabile, della dinamica psicologica maggioritaria. Un’angoscia così non mi prendeva dai tempi degli esami di Stato.
«Insomma, eccolo!» E tirò di tasca un foglietto per offrirlo.


PIANTATE

Quindicimila scienziati chiedono ai Governi di salvare il pianeta Terra dal catastrofico cambiamento climatico.
Cosa accadrà?
La macchina per porre rimedio forse già si muove, ma è troppo lenta: la burocrazia ci ha torturati, la burocrazia ci finirà!
Prima che tutti gli Stati si mettano d’accordo, ammesso che abbiano capito e vogliano, passerà l’ora ultima per noi.
A meno che non li obblighiamo a sbrigarsi! Il sistema è semplicissimo: PIANTATE. E dimostrate di essere un Popolo.
Vi invito alla protesta più inoffensiva, ma anche efficace e in ogni minuzia utile, che nell’insieme è voce potente, proprio non trascurabile, capace di mettere una fretta assoluta a chi è in sella. Piantate!
Che abbiano piante tutti i balconi. Immaginate il manifesto planetario che andrete dispiegando. Eccome si saprà cosa vogliamo, quando tutte le strade saranno fiorite! Si capirà benissimo.
Nei paesi ricchi e in quelli poveri è ugualmente possibile senza difficoltà. Un seme non costa nulla, una latta, una pentola bucata si può trovare, e pure una palata di terra, ma va bene anche un piccolo buco accanto alla soglia della capanna.
E, oltre a ciò, se potere, diventate Piantatori Occulti. Dovunque incontrate un metro quadrato senza albero, interrate un seme, interratelo dove è stato bruciato, sradicato tagliato, dovunque c’è un palmo di terra brulla. Nelle fessure delle rocce calate un pinolo o un seme di cappero, a vostra fantasia.
Questa guerra senz’armi, promette solo vita e vittoria. È guerra contro nessuno e a favore di tutti. Sii, o Popolo, eroe della pace e della vita.
Sono Giovanni Pietraliscia, un umano reperibile: piantate@hotmail.it


Lessi.
Guardai poi verso quel suo vestito da gran signore di colore marrone mistico; e così gli risposi con vergogna: «Io non so se esiste il Popolo».
Pianto da cinquant’anni, sono uno dei Piantatori Occulti da molto prima che lui li inventasse.
Piantate! Piantate, perdio!

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TRADUZIONE DI TRADUZIONE? PERCHÉ NO? di Nicola Minnaja – Literatura Foiro 293 – junio 2018

Il Corriere UNESCO ora appare anche in esperanto; a ciò conribuiscono approssimativamente trenta esperantisti di diverse nazioni, i quali traducono i testi scelti dallo staff redazionale.

È questo il titolo di un articolo di Zlatoje Martinov, pubblicato nel numero 295 della rivista culturale in esperanto “Literatura Foiro La fiera letteraria”. Prenderò lo spunto da alcune interessanti osservazioni di quell’articolo per fare alcuni commenti, basati sulla mia esperienza personale, cominciando con un ricordo del mio ginnasio. Mettiamoci nella giusta prospettiva temporale. È noto che molte lingue si cristallizzarono nella loro forma “classica” accettando un modello. Per il latino questo accadde nell’età augustea, e il modello erano le epopee omeriche (e, secondo la tradizione, Virgilio sul letto di morte chiese di distruggere l’Eneide perché inferiore); il tardo latino e il tedesco si uniformarono alle traduzioni della Bibbia. Lo studio dei classici italiani si polarizzò sulla triade Dante-Petrarca-Boccaccio. In epoca napoleonica si formò una élite culturale italiana, la cui figura più rappresentativa fu Ugo Foscolo, fondatore nel 1797 della “Società per l’istruzione pubblica”, che aveva il suo corrispettivo politico nella prima bandiera italiana, nata nel 1796. Alla sua Società Foscolo volle dare un voluminoso Piano, che contemplasse la conoscenza dei capolavori della letteratura mondiale, accettati come tali in quell’epoca, e del latino. Sul latino Foscolo ebbe qualche resipiscenza, e la sua ammirazione per Napoleone lo portò a sostituirlo col francese. Però Napoleone lo deluse, e Foscolo emigrò in Inghilterra, dove morì.
Quando nel 1861 nacque il Regno d’Italia, non c’era più Foscolo per definire i programmi scolastici. Ministro della pubblica istruzione fu nominato Gabrio Casati, che estese a tutta l’ltalia le leggi che già vigevano in quello che era stato il regno di Sardegna. Nel 1923 quel dicastero fu affidato al filosofo Giovanni Gentile, che riformò completamente la scuola, dalle elementari all’università. Il programma del ginnasio (i primi cinque anni del liceo classico), comprendeva la conoscenza di Iliade, Odissea ed Eneide attraverso versioni italiane.
La situazione era questa. L’Eneide era stata tradotta nel XVI secolo da Annibale Caro, l’Odissea nel XVIII da Ippolito Pindemonte, nello stesso XVIII si cimentò con l’Iliade Foscolo stesso, che fu distratto dai turbinosi avvenimenti di quel secolo. Si prese l’incarico un poeta molto popolare allora, Vincenzo Monti, che però non conosceva il greco. È vero che esistevano traduzioni latine, e Monti si appoggiò a loro, ma non poté sottrarsi al velenoso epigramma di Foscolo: “Ecco Monti, poeta e cavaliero / gran traduttor dei traduttor d’Omero” Proprio quella “traduzione di traduzione” si imparava al ginnasio a 12 anni. Possiamo ben dire, con Martinov, che il risultato è una ”traduzione di traduzione”, per cui la “versione di passaggio” o “versione intermedia” è quella dei traduttori di età augustea, sicuramente degna di fiducia per i liceali italiani, che del resto probabilmente si interessavano di più dei duelli e delle imprese amorose, che della forma poetica, la quale si era completamente persa nella conversione degli esametri originali in endecasillabi sciolti.
Veniamo ora ad un argomento completamente diverso. Il Centro di Studi Biblici di Montefano mette in rete la traduzione delle omelie domenicali in lingue diverse, fra cui c’è anche l’esperanto. L’omelia è un commento a passi del vangelo, che sono già stati tradotti in esperanto nel 1990 e inseriti nel messale liturgico a cura di una commissione guidata Wladyslaw Miziolek vescovo ausiliare di Varsavia. Allora c’è una “versione di passaggio” o ”versione intermedia”, ma è già in esperanto, e non è modificabile, non si tratta di verificare la correttezza del la “versione intermedia”, ma dell’originale, su cui disputano i teologi. Peraltro, la formula dell’Angelus “ed abitò fra noi” può significare in mezzo a noi” (in esperanto “inter ni” o “nel nostro cuore” in esperanto “en ni”). E nel “Padre Nostro”, che è riportato nel “Fondamento” e quindi fa parte dell’eredità della lingua esperanto a partire dal congresso di Boulogne sur_Mer, che cosa significa “non indurci in tentazione”? D’altra parte, può succedere che l’omelia voglia mettere i puntini sulle i, segnalando variazioni del testo cristallizzatesi col passare dei secoli, e quindi precisa “il testo vero è questo”. Quando succede, confesso (ma c’è proprio bisogno di confessarmi?) che riporto il testo del messale, emendato però perché sia in accordo con l’omelia.
Fra gli esempi portati da Martinov mi soffermo su uno, in cui l’esperanto è stato proprio la lingua della “versione di passaggio”. È un libro per ragazzi, il “Giornalino di Gian Burrasca”, tradotto da Umberto Broccatelli, pubblicato da Edistudio nel 2009 e poi tradotto in hindi da Probal Dasgupta, che in seguito scrisse un interessante saggio sull’adeguamento del testo all’esperienza dei ragazzi indiani. Questa traduzione ebbe un premio per la sua adesione a un programma di scambio culturale, ma non ho trovato dati sulla sua penetrazione effettiva nel mercato indiano.
Secondo Maetrinov, la traduzione in esperanto di capolavori scritti in lingue poco diffuse può aumentarne la conoscenza: in effetti, l’ultimo libro della collana “Oriento-Okcidento” capolavoro della letteratura galiziana “Le memorie di un ragazzo di campagna” non è ancora stato commercializzato in italiano.

Richiamo ora una nuova iniziativa editoriale: il Corriere UNESCO viene pubblicato anche in esperanto grazie ad approssimativamente trenta esperantisti di diverse nazioni, i quali traducono i testi scelti dallo staff redazionale e al contributo economico della redazione cinese. In realtà queste traduzioni in esperanto sono “traduzioni di traduzioni”: gli originali sono in lingue meno diffuse, e la versione in esperanto parte dai testi in inglese e francese. Ci si accorge che l’autore scriveva nella propria lingua madre ma c’era stata una revisione da parte di un esperto che conoscesse la situazione locale.

Un’ultima osservazione. Wikipedia può essere letta in esperanto. L’impressione è che la traduzione sia automatica, ma di alto livello, però ogni utente, che si sia procurato il diritto di accesso, può modificarla, non solo per ragioni strettamente linguistiche, ma per introdurre modi alternativi di vedere le cose. Non sono riuscito a capire, guardando le versioni a partire da lingue che conosco, se ci siano coppie di lingue privilegiate per una “versione di passaggio” migliore.

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MARIA ANTONIETTA di Giuseppe Campolo

Virtualmente in atto, il potere di ringiovanire e di modificare geneticamente la scadenza della morte condiziona la strategia occulta finanziaria, economica e demografica.

Messina è una corona di colline, più un’esigua striscia di falsa pianura intorno al porto. Abito alla sommità di una duna, nella cui sabbia gli ingegneri hanno dovuto porre la fede, prima che le fondazioni delle case. Torno dai quattro passi che sono solito fare intorno al caseggiato che per un ampio arco penzola sulla città e sul mare, prima di andare a dormire rassicurato dalle stelle. Erano di un giallo intenso stasera le luci fittissime dello stretto e della falce portuale specchio della luna. La Calabria stagliava il seghettato contorno contro una luminescenza rosa del cielo che in alto sfumava verso il blu. Scenario che esalta la mia mente, inducendola a comporre frasi pazze, che mi piace credere belle al momento, e che per fortuna, tornando, dimentico come uscendo dal sogno. Ma stasera un frammento, seppure inelegante, non l’ho perduto: “… né l’invidia né la volontà di creare un nemico… “; forse perché gli è affidato il compito di estrarre il filo di un componimento da concludere prima dell’alba.

Se scrivere articoli politici, pur con l’intenzione analitica, obbliga comunque a prendere posizione, non è tuttavia lecito mancare di riflettere sulla qualità dei sentimenti che sottende la parola di cui si è responsabili. In fede mia, sono l’idealista che vede nel Popolo un sovrano serenissimo pronto a graziare: dovrà accadere, immagino.

Preferisco auspicare la conversione dei prepotenti, e confido nella possibilità del loro inserimento in un ruolo funzionale dopo il risanamento. Preferirei ricordare Maria Antonietta, anziché ghigliottinata, andare sempre bella ed elegante con la borsa della spesa per le vie di Parigi, in regime di repubblica. Sentirle dire “Perdonatemi signore, non l’ho fatto apposta”, pestando il piede a un commesso e non al boia. Quello sì che sarebbe stato un trionfo di civiltà! E auspico applicati, come uscieri di contabili, i falsi scienziati che hanno ridotto l’economia a un’enciclopedia di opinioni cervellotiche. Faccio un esempio. C’è un luminare dal nome principesco, tal Ettore Gotti Tedeschi, che è al contempo economista, banchiere, e pure timoniere delle Opere di Religione! Anche lui teorizza, come altri suoi pari, il moto perpetuo della crescita della domanda al fine di sostenere la produzione. Non pensate però che egli se lo aspetti dal miglioramento del tenore di vita della gente, il lievitare della domanda dei beni! Niente affatto. Egli punta sulla crescita della popolazione come alimento per il cannibale semidio Produzione. Sulla dimensione della popolazione mondiale corrono frasi ancora più stupide, ambigue o minacciose. La questione demografica è più complessa del semplice diritto di dar prole. Diritto da alcuni considerato assoluto e intangibile, e da altri contestato al libero arbitrio della singola coppia, la quale deve fare i conti con le necessità globali. Ma se per la salvezza del pianeta s’imponesse una politica demografica, quali principi le darebbero forma? E così, come non c’è un dibattito pubblico sulle Costituzioni degli Stati e dei Sovrastati ma soltanto le solite chiacchiere, sulla popolazione ci sono esternazioni estemporanee, che qualche volta hanno l’aria di enunciazioni larvate di progetti già stabiliti. L’unico dibattito pubblico è condotto sulla gestione dell’indotta miseria dei cittadini, forzati a ripiegarsi su se stessi perché non alzino sguardi agli orizzonti. Le finalità essenziali restano segrete, come sempre.

La nostra società, strombazzata per democratica, non ha mai smesso di essere sostanzialmente iniziatica, piramidale e faraonica. È luogo comune che la conoscenza sia a portata di tutti, purché si voglia leggere. “Se sei ignorante, è colpa tua!” Si ammetterà che è vero. Ma la vastità del sapere disponibile, spesso fittizio e ripetitivo, non garantisce l’accessibilità alle informazioni che contano. Sperdersi nella babilonia delle opinioni contraddittorie, non significa per niente democrazia culturale ed è invece una formidabile trappola mentale. Rigorosamente riservata resta la conoscenza di frontiera. E ci sono due campi di cui è ingenuo credere venga divulgato il sapere negli aspetti più importanti: la magia delle cellule totipotenti e i segreti alchemici del DNA. Le cellule totipotenti possono rigenerare il corpo umano; nel DNA è nascosta la chiave dell’orologio biologico, la programmazione del declino fisico e della morte. Ora – dite – secondo voi, della gente capace di fabbricare armi e scatenare guerre, di bombardare città, di affamare, far tribolare popolazioni intere, capace ridurre in schiavitù, torturare, condannare a morte, gente capace di far lavorare miliardi di persone per un compenso che assicura appena la sopravvivenza in una situazione industriale in cui la produzione di un uomo potrebbe soddisfare i bisogni di cento, gente, dico, capace di considerare normale lo sfruttamento dell’umanità intera per godersi meglio i giorni, è concepibile – dite – che si preoccupi dell’etica giusto quando si tratta dell’uso delle cellule staminali? Vi pare verosimile che si rovinino il fegato davvero, per la prospettiva nefasta che qualcuno ci dia “false speranze di guarigione” da mortali malattie? Questa si chiama manipolazione di massa; e non è una scienza moderna, ma al contrario faceva parte della dottrina segreta degli antichi sacerdoti, i quali erano più addentro di Freud quanto ai meccanismi mentali.

Quali stravolgimenti delle prospettive possono insorgere in chi ha l’esclusivo possesso del potere incommensurabile di ringiovanire e di modificare geneticamente la parabola dell’invecchiamento? Quali tremende problematiche, interne ed esterne, è costretto ad affrontare costui? Quali precauzioni deve prendere affinché non si propaghi nemmeno l’idea che esiste tale conoscenza? Essa non è un bene di consumo! Offerta sul mercato, avrebbe prezzi accessibili a pochissimi, che orde di impazziti sarebbero pronti a sbranare se non venissero ricevuti con le mitragliatrici. In certi ambienti questi argomenti non sono discussi? O si sono già prese delle decisioni, per il disinnesco della “bomba demografica”? Non manca chi ne è convinto. E questo getta luce sul potere finanziario, economico e politico, suggerendone una diversa lettura. Tale lettura impone la saggezza di studiare realisticamente e a fondo la questione, proponendo soluzioni che possano salvare tutti, oppressi e oppressori, perché forse altrimenti non si salva nessuno, in quanto le due categorie non sarebbero interamente distinguibili. E affinché la prossima rivoluzione non sia peggio del risveglio di Marsili, del mandare in fumo tutte le foreste, dello scioglimento dei ghiacci, dello spostamento dell’asse terrestre e dell’impatto di Apophis, deve avere una tal forza l’idea intrisa d’amore universale, da far rinsavire l’alto e il basso e dare il via alla collaborazione fra gli esseri umani. Le parole d’ordine sarebbero sempre quelle? Liberté, Egalité, Fraternité?

 

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LA RIVOLUZIONE FRANCESE di Giuseppe Campolo

LIBERTÉ

Non era la monarchia o la repubblica, il dilemma del popolo[1]. Non era la disparità sociale a indignarlo. Non l’impensierivano i diritti politici, e di votare non gl’importava un fico. Erano l’affannarsi continuo senza costrutto e le sue ore rapinate dalle ambasce, a esasperarlo. Non so fino a che punto fosse patriota, ma alla guerra ci andava perché costretto e per il soldo. L’Amministrazione l’opprimeva, lo svenava, gli gabellava l’uso della terra. I regnanti la prendevano e la davano. Un uomo libero, allora, era chi aveva la terra. E l’uomo libero, paradossalmente, era un parassita. Forse il popolo sperava di ricevere la terra dalla Rivoluzione. Ma s’ingannava; ottenne in cambio l’impalpabile libertà astratta che non aveva chiesto, che ancora gli costa mortificazione, sangue e sudore, senza aver mai potuto conoscere riscatto.
Quando il dominio prese la forma del capitale, fu meno chiaro per quali vie indebite vorticasse al centro; e qualcuno si affannò a dimostrare che i suoi detentori usurpavano il plusvalore. Ora il popolo subiva (in aggiunta ai patimenti quotidiani) il doppio travaglio del miraggio fatale della nuova Rivoluzione. La tempesta non gli spazzò via la disperazione e lui non poté capire quale ne fosse il frutto.
Così scendono dall’alto le mille cure del potere e l’occulto amore dell’eterno amico della morte.
Attualmente ci sono in Europa sette gradoni, dal quartiere al consiglio continentale; termitaio piramidale con mille stanze interne, poggiato sulla gente. Un numero incalcolabile di addetti alle Funzioni. La democrazia costa come il feudo, non dà respiro e ancora ha bisogno di crescere. Aborro immaginare il momento (imprevedibile al pari della repressione che provocherebbe) in cui diventasse critico il rapporto fra il tasso impositivo e il numero dei cittadini con poco da perdere. Chi dirà loro che nel labirinto il Minotauro non c’è[2]? Modo di morire ben noto agli imperi.
Se Libertà ci appartiene, da chi farla restituire? In quale prateria extraterritoriale rifugiare con la fragile Vergine?[3]

    [1]Anche i maggiori protagonisti della rivoluzione, allora, giudicavano poco importante (in ogni caso, non matura) questa scelta. Robespierre (alla vigilia del crollo monarchico): “Ho udito uomini, che non seppero mai far altro che calunniare il popolo e combattere le eguaglianze, parlare di repubblica. Preferisco vedere un’assemblea rappresentativa popolare e cittadini liberi e rispettati, con un re, che un popolo schiavo e avvilito sotto il potere di un senato aristocratico o di un dittatore. È forse nelle parole repubblica e monarchia che consiste la grande soluzione del problema sociale?”
[2] La mancata attenzione alla violenza connaturata nel prelievo fiscale (che già simboleggia l’assoggettamento), provoca inutile frattura e insofferenza. Pare che si consideri, il mancato pagamento, una ribellione, non già la difficoltà qual è. Il cittadino viene “affidato” al degno braccio secolare: l’esattore. Il metodo è minaccioso; e procede per moltiplicazione, l’aggravio aggiundvo. È anch’esso un businees. Il cittadino in sofferenza non può capire che la sua condizione possa costituire un affare per qualcuno. Come uscirne? se non nell’unico modo sensato: la riduzione numerica, riguardosa ma rapidamente effetfiva e parallela, all’osso, dei tribufi e dell’apparato. Temere lo sfolfimento occupazionale del parassitario è distorsione mentale, malattia demagogica e pratica immorale. La stessa perversione logica scatena la fiscalizzazione dissimulata dei servizi statali a pagamento, che non possono commisurarsi al reddito e sono quindi una pena in più per gli affaticati. Ma, poiché i servizi giustificano le tasse, se la macchina divora queste ultime, vanno pagate d’accapo o è meglio calmierare il suo consumo? La sola rivoluzione che abbia voluto il popolo – e unica vera fonte di libertà – è la pacifica razionalizzazione amministrativa: lo Stato sano e benevolo, con cui aspira naturalmente armonizzare.
[3] Allora ci sentiremo liberi: quando nessuno abuserà del nostro tempo.

EGALITÉ

Nacque dalla disperazione e dall’odio; percorse tutti i sentieri bui del sangue; tradì le menti illuminate, la Rivoluzione. Che uguaglianza poteva mai instaurare? Invece di creare giustizia, la sete d’uguaglianza, giustiziava.
Uguaglianza. Uno di quei sostantivi prestigiosi di cui è difficile concordare la sostanza, come i modi di farla venire al mondo. Chi l’invocava non ne aveva il ritratto. Che delusione, vedere affidarsi all’empirismo i colti repubblicani, cui non sfuggiva certo che la disputa sulle sorgenti veniva dal lontano Aristotele e s’imbrogliava nei secoli. Più se ne approfondisce l’analisi, a tutt’oggi, e più la materia sfugge. Uguaglianza e la sorella Giustizia hanno regno nell’etereo, eppur precisissimo, sentimento. Come è potuto sfuggire a Saint-Just?
I presupposti teorici c’erano tutti, ma servirono – e ancora servono – per incontrare il dramma della corruzione attuativa[4]. Chi non resta costernato, alla degenerazione dei propositi sinceri? Come gli altri figli di Rousseau, il “degno e incorruttibile” Massimiliano Robespierre partecipe dell’eguaglianza perfetta dei Rosati, difensore dei diritti misconosciuti, nemico – con Mirabeau – delle lettre de cachet[5], e osteggiatore della pena di morte, non trovò che le vie di perdizione del terribile giacobino, del subdolo terrorista dittatore Robespierre[6], trascinando con sé la plebe, infangando il popolo che credeva d’amare.
Gli uomini dotati e di grandi ambizioni perché s’arresero alle bassezze del potere e non seppero spingersi alla vera gloria di onorare i postulati? Perché la Pianura, la maggioranza, fu debole e tradì con la sua pavidità il mandato? Perché le voci sane non vinsero? Della Convenzione facevano parte un gran numero di intellettuali che avrebbero potuto agire con alta coscienza e imporre il vero trionfo dell’entusiasmante Trinomio. Invece furono succubi degli squilibrati, dei violenti, dei senza scrupoli, degli ipocriti feroci, degli amorali e dei corrotti. Ci lasciarono l’eredità di dover diffidare dei progetti belli e l’inclinazione alla resa. E tuttavia come è possibile che populisti radicati facciano oggi breccia nel generale disincanto e vedano la loro posizione, pressoché inutile, suffragrata? Quale legge non scritta impone il prevalere di quanto è più sordido, lasciando in noi permanente orrore?


[4] Montesquieu: “La virtù di una repubblica è l’amore per la repubbica; l’amore per la repubblica, in una democrazia, è quello per l’uguaglianza”.
[5] Le lettre de cachet erano dei mandati d’arresto firmati dal re, sulle quali il possessore aveva la facoltà di scrivere il nome di chi, a suo giudizio o comodo, andava imprigionato.
[6]Colui che scriveva all’amico Couton: “Purché non si scivoli nel dispotismo militare o dittatoriale. Nella situazione in cui siamo, è impossibile agli amici della libertà prevedere e dirigere gli avvenimanti.” mandò a morte persone care, come il giornalista Camillo Desmoulins, suo sostenitore, e la di lui moglie Lucilla Duplessis, alle cui nozze aveva fatto da testimone. Quando Robesbierre attraversava un momento critico all’opposizione, Desmoulins non esitava a pubblicare: “Non ti abbandonerò sulla breccia tra un nugolo di nemici! Gli sforzi di tutti questi falsi patrioti, accaniti oggi contro te solo, saranno contrastati da me: farò in modo di attirarmi il loro odio combattendo al tuo fianco, non per me, ma per la causa del popolo, dell’eguglianza, della costituzione!”. Il membro dell’assemblea, pur giacobino, Thuriot invano gridava: “Amo la libertà e la rivoluzione, ma se occorre un delitto per assicurarla preferirei pugnalarmi”. Perché poi non lo ha fatto? Avrebbe forse giovato. Non è colpevole fare certe affermazioni senza onorarle?

FRATERNITÉ

L’Amico del Popolo[7], invece di istigare alla rivolta e indicare i meritevoli di morte, avrebbe dovuto dichiarare come parte del popolo la classe che fino allora se ne distaccava. Pur nella volontà di rivolgimento, quel maestro del paradosso non era assistito dal necessario coefficiente di fantasia, per reclamare l’abbattimento di così forte barriera – quasi confine di specie – per mezzo dell’unico provvedimento capace di miscelare.
Piuttosto che attaccare la Bastiglia, il popolaccio avrebbe dovuto dare l’assalto alle principesse e all’altre titolate[8]. Gli sarebbe toccato fare la fila come sempre, ma con ben altra soddisfazione. Con la promozione di qualche buon bagno, ma d’acqua e sapone, si sarebbe fatto tanto buon sangue.
Quanto ai nobili, mettevano già incinte le popolane, ma senza colpo ferire, e senza aver turni da rispettare. Anche fraternizzando, è difficile essere uguali.
La Convenzione, dunque, avrebbe dovuto promulgare una generosa legge per promuovere i matrimoni fra gente di condizione diversa. E se proprio l’amore avesse obbligato una coppia ricca a chiedere clemenza in nome della soprannaturale predestinazione, essa avrebbe guadagnato la dispensa cedendo la metà del patrimonio congiunto: a un fondo per le coppie povere ugualmente avvinte dall’amore.
Per un po’ nessuno avrebbe potuto impedire dialoghi come questo:

Il fornaio alla contessa: – Perché mi tratti come un cane?
Contessa: – Perché sei un cane. 
Fornaio: – Povero il tuo cane!
Contessa: -Lui non è un cane: è una persona.

    Il fornaio, uomo dignitoso ma conoscitore della vita e di ben altre umiliazioni, credete che si sarebbe suicidato?
Col tempo, la figliolanza mista avrebbe forse indotto a provvidenze per i nati, e introdotto un’usanza che solo da poco, e in privilegiati paesi, è in vigore.


[7] Testata dell’ardito quotidiano di Gian Paolo Marat, montagnardo. “Amico del Popolo” divenne pure suo appellativo, per identificazione. “Il diritto di possedere deriva da quello di vivere; quindi tutto quanto è indispensabile alla nostra esistenza ci appartiene; e nulla di superfluo potrebbe appartenerci legittimamente, mentre altri mancano del necessario”. Benché egli nutrisse simpatia e stima per il re Luigi XVI, cosi scriveva: “Non già le calamità pubbliche, né i gemiti dei sudditi ridotti alla disperazione, turbano la sua tranquillità; egli è inquieto bensì, per le cattive condizioni delle sue finanze e il pensiero dell’esaurimento del Tesoro gli toglie la pace dell’animo”. Quantunque fosse stato amante di una marchesa e non fosse ostile all’istituzione monarchica, scriveva: “Tenete in ostaggio Luigi XVI, sua moglie, suo figlio, i suoi ministri, tutti i vostri infedeli rappresentanti, tutti i membri dell’antico governo e del nuovo, tutti i giudici venduti. Questi sono i traditori contro i quali la nazione deve esigere giustizia, quelli che essa deve immolare per primi alla salvezza pubblica”. E ancora: “Questo popolo non è istruito ed è molto difficile istruirlo; la cosa è anzi impossibile, mentre mille penne venali si sforzano di sviarlo per rimetterlo in catene”.
[8] Non ci hanno lontanamente pensato, per moralità. Infatti nessuno li ha mai rimproverati per questo e, di contro, ai ragazzi si è sempre insegnato a ammazzare. E l’argomento, se passa, qui passa appena per l’ironia

 

 

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DELL’INSUCCESSO SUBLIME di Giuseppe Campolo

Di mostruosità è prodiga la Natura quanto di bellezza. E, benché abbia essa gran senso estetico, è assolutamente priva di disgusto. Le si deve l’orribile necessità di mangiare, causa prima di ogni crudeltà e dell’elementare psichico bisogno di acquisire. I più evoluti rapaci, nella primitività perdurante, sono i pur grandi signori della finanza, della produzione e degli oligopoli di moderno disegno, fino alle sofisticate Chiese, raffinatissime nella mistificazione di millenaria esperienza. Tutti costoro sì che sono di successo, predatori ben camuffati talvolta. Se è lecito assimilare alla mostruosità naturale questi emblemi di estremo successo, veri incubi dell’inconscio, qual è dunque l’identikit della bellezza nel regno umano?
Il successo e l’insuccesso, a ogni livello sociale, sono relativi all’obiettivo che il soggetto si è posto. Jack lo squartatore è, per successo, uno degli uomini migliori. Attila, Gengis Khan e Carlo Magno, Cesare, Nerone e Tamerlano, Napoleone, Hitler e Stalin lo erano, nessuno lo nega; e ce ne sono oggi loro pari. Caratteristica comune di tal genia è la prepotenza.
Il repertorio, finalizzato a far porgere l’altra guancia, ben particolare di torture psicologiche e fisiche delle Chiese ha già un’ampia trattazione in letteratura, che è tuttavia fortemente rimossa nella psiche collettiva, cosa questa che dovrebbe essere oggetto di approfonditi studi. A tali tecniche estortive devono il loro innegabile trionfo, veramente da complimentare anche per la durata, la potente presenza e le gloriose prospettive future.
È comune la convinzione che le loro ammirevoli affermazioni appartengano ai vari Profeti e segnatamente a Cristo, addirittura dio.
E qui lo neghiamo. Nessun profeta, e Gesù in assoluto, ha avuto il benché minimo successo!
E io dico che Cristo è, per eccellenza, l’Insuccesso Sublime.
L’obiettivo di questo sacrificato era che l’umanità riconosca il suo bene nel reciproco aiuto e nella collaborazione. Egli respingeva le modalità impositive anche per tali lodevoli fini. Riconobbe male radicale nel dominio; pertanto doveva essere soppresso dai dominatori. Tutte le modalità sociali che egli ha inteso additare come errate permangono virulente.
La Chiesa, invece, con sue finalità in nome del Salvatore che anch’essa avvilisce, ha grande potere sulle persone, e tutti gli scalatori l’assecondano temendola. Essa dunque è in antitesi, di principio e fatto, con colui di cui afferma di essere continuatrice e consacrata sostituta.
Ma, per non apparire pessimisti, aggiungiamo che una certa fascia di umanità ormai è maturata nella sensibilità, ed è andata oltre le Chiese, e persino la Natura e Cristo, il quale apparteneva comunque alla cultura dell’agnello sacrificale che continua a straziarci.
Tra gli Insuccessi Sublimi dobbiamo segnare l’Esperanto, in croce ancora, col suo ideatore Zamenhof, pur se non fu linciato in quanto non era necessario. Infatti, perché fallisca l’obiettivo di unificare le genti, dar loro una facile lingua comune che non sia di un colonizzatore, e farli sentire fratelli, basta l’inerzia delle persone. Le istituzioni che si sono date il compito di divulgare la lingua prospettata universale per fortuna non hanno mezzi di coercizione, se non quella piccola tendenza all’oppressione dei vertici, propria di ogni organizzazione che rispecchi, anche per legge, la democrazia a cui fa capo. Giacché anche la democrazia non è che una moderna impostura, malgrado ogni buona volontà: non può che essere ipocritamente democratico, il potere, in una società così miserabile che ne ha bisogno. Il popolo non governa mai, lo fa sempre qualcuno per lui, con arbitrio!
Esperanto, speranza dell’umanità, tu vivi mentre ogni giorno ti danno per morto.
Ma che tu non possa avere domani, se dovrai essere imposto!
Lascia che ti sopravviva Barabba.

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ANNO NUOVO di Carmel Mallia (traduzione di Carlo Minnaja)

Io mi avventuro nella galleria
dell’Anno Nuovo,
e nel bazar giocattoli, che donino allegria,
io cerco e trovo.

Ma lì si sente solo confusione
compromettente
la gran speranza della tradizione,
bella, elegante.

Già dall’inizio l’uragano sputa
incomprensibili,
sussurri cinici, che spaventan tutti
fino ai più deboli.

Anno funambolo con il canto ritmico
dell’ottimismo,
voce del drago che si farà nebbia
per l’egoismo.

Già col ritmo sonoro si armonizza
lo spirito divino;
mentre, al posto del caos, si realizza
di fiori un mazzolino.

Viva il nuovo anno! Rivoluzionario?
Sarà esplosivo?
Ma cosa importa? Che sia straordinario
e mai cattivo.

 

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CARMEL MALLIA “Cavaliere di Sicilia”

Discorso di Carmel Mallia in occasione della cerimonia di premiazione della quarta edizione del concorso a Terme Vigliatore: hotel “Parco Augusto”, Sicilia 18 di Ottobre, 2017.

Concorso di “Samideano” : “Poesia da tutti I cieli / Poezio tra ĉiuj ĉieloj”

Carmel Mallia “Cavaliere di Sicilia” nel 2017 a Terme Vigliatore – Sua prolusione /
Carmel Mallia “Kavaliro de Sicilio” en 2017 – Lia enkonduka prelego

Al la esperantistaj partoprenantoj: bonvolu pardoni min pro la legado de mia prelego en la itala, unue pro la loka etoso kaj due pro la ĉitieaj italoj nekonantaj Esperanton. Dankon.

Signore e Signori,
Vi sta parlando un maltese, un maltese un po’ più che giovane posso dire — e questo sempre ripeto a chi mi telefona senza conoscermi — che io sono uno degli anziani di Malta. Non è colpa mia. Si deve domandare alla natura.

Ma io sono più di questo. Sono un esperantista, il che significa che, come tutti gli esperantisti, faccio del mio meglio per far conoscere l’Esperanto. Come forse molti di voi sanno, l’Esperanto è una lingua, non molto difficile, è vero, ma il suo autore, il Dott. Zamenhof, aveva messo al centro quel che gli esperantisti conoscono come «la interna ideo» cioè l’idea interna, per dire che la lingua non è solamente uno strumento per parlare, per communicare, ma anche e sopratutto un ideale di pace, di avvicinamento e di fraterna bellezza. Questa è la chiave, ossia la base, della lingua di Zamenhof.

Per me l’Esperanto serviva sempre e serve ancora come strumento per fare amici, lontani e vicini, per avvicinarmi a uomini e donne oltre i confini del mare che bacia e circonda la mia isola. È vero, più che mai, che oggidì Malta non è più Malta, ma fa parte socialmente del mondo. Quando un turista mi domanda: «Sei maltese?» io risponderei non con un semplice «sì», ma con altre parole come per esempio: «sono nato a Malta, ma sono anche abitante del mondo.” Credo che avrei ragione, no?

Perché sul primo piano c’è il fatto che prima della scorsa guerra mondiale, la cultura a Malta era primariamente italiana, incluso nel mondo ecclesiastico. Ma anche dopo la guerra. Io per esempio ho studiato l’Italiano al seminario vescovile, dove la letteratura italiana era per me uno svago linguistico e sopratutto amabile. Poeti ed altri autori ci circondavano tutti i giorni. Ecco: Dante, Manzoni, Leopardi, Foscolo, il simpatico Pascoli, etcetera, etcetera. Per voi certamente cibo digerito. Ma anche per me. Insomma, la bellezza della lingua e della letteratura Italiana!

Oggigiorno scrivo ancora, specialmente poesie. Anche in italiano. E traduco anche. Le mie poesie in Italiano io le mandavo di tanto in tanto al mio amico ed esperantista, il fu professore Amerigo Iannacone che ci ha lasciato non molto tempo fa in condizioni sbalorditive, attraverso il suo gradevole bilingue «Il Foglio Volante». Lui sempre accettava i miei versi con volontà e calore. Grazie dal cuore, caro Amerigo.

Questo è un addendum ai miei altri scritti letterari in Maltese – sei romanzi e articoli in diverse riviste, e altri lavori in Esperanto, apparsi in diversi giornali esperantisti come la rivista culturale ed attraente, “Literatura Foiro” (Fiera Letteraria). Io sono anche membro dell’Accademia dell’Esperanto. Vorrei menzionare anche che sono stato presidente della societa’ dell’Esperanto a Malta per cinquanta cinque anni.

Ma ritorno alla cultura Italiana. Per me oggidì l’Italiano è il “piccolo mondo antico” di Fogazzaro. Ma anche «moderno». Sapete che cosa canto qualche volta la mattina prima di toccare il laptop? Conoscete più di me le parole incoraggianti di Margherita di Savoia: «Sempre Avanti, Savoia!» Ogni mattina m’instiga a far qualche cosa utile a me ed agli altri, quanto e quando posso. Ma quelle parole savoiarde sono rimaste sempre in mente. «Sempre avanti, Savoia!»

A proposito, siamo vicini a Barcellona. Vorrei dirvi che anche la mia città natale ha due santi protettori, perche è divisa in due parrocchie, cioè una dedicata a San Giorgio e l’altra dedicata a San Sebastiano, il santo protettore di questa città Siciliana.

Oggi, grazie agli attributi culturali e amichevoli del signor ‘Samideano’, ovvero signor Giuseppe Campolo, oggi sono qua anche come amante della cultura italiana, e questo come corollario del mio esperantismo e del suo. Specialmente perché il centro di questa animazione è il concorso bilingue della poesia.

Questa mia visita in Sicilia è la terza. La prima era stata quando ho partecipato al congresso dell’Associazione Esperantista Italiana a Mazara del Vallo; la seconda, due anni fa a Sant’Angelo di Brolo per ricevere il primo premio di poesia in Esperanto; e la terza è precisamente questa di oggi.

Sono contento di avere incontrato brava gente come voi, e di avere l’occasione di visitare luoghi di bellezza eccezionale, bellezza siciliana, specialmente quà sotto gli occhi del mare sempre giovane e sempre accogliente.

Infine grazie, signore e signori, per avermi ascoltato con pazienza e per l’eccellente accoglienza in questa atmosfera culturale, amichevole e gioiosa.
Un grande e affettuoso abbraccio.

Carmel Mallia/4.7.’17

./.

Prima di ricevere la pergamena di “Cavaliere di Sicilia”

Grazie per l’onorificenza che non ho mai sognato di avere. Davanti a questo gesto amichevole, specialmente conferito da amici siciliani e in ambiente esperantista, non ho parole adatte per riconoscere il gesto affettuoso.
Ma di nuovo ringrazio il professore Giuseppe Campolo, il cui coraggio per preparare questo somptuoso e magnifico convegno ci dà uno slancio gradevole per continuare a lavorare in favore della cultura, della poesia e sopratutto dell’Esperanto.

Da “Il Manifesto di Sicilia Esperantista” scritto dallo stesso Campolo, ho scelto per voi queste parole chiavi: “Il termine Siciliano acquista qui una dimensione ideale e diventa un’appartenenza simbolica.” Eccellente! In queste parole si racchiude tutta una tesi degna di laurea.

Grazie anche al gentilissimo Signore Barone Donato, Gran Maestro, per il conferimento. Non vorrei lasciare fuori il mio figlio Mario che ha lasciato volontieri la regia del suo collegio per accompagnarmi.

Prima di chiudere, permettetemi di leggervi un’Acrostico. Questa qualità speciale di poesia è fatta quando i versi cominciano con le lettere del titolo. Questo acrostico s’intitola “Cavaliere”. La propongo a questa incantevole serata.

Cavaliere
Canto dell’universo lo splendore
Armonia gioiosa che non muore
Vento pomposo come il dì pungente
Arazzi ricchi di graziosa gente
Liuto schiamazzoso ma vibrante
Intanto sorpresa stravagante
Euphoria che nessun controlla
Risveglio di chitarra che non crolla
Elegante cavallo tra la folla.

Carmel Mallia/4.7.’17

Infine grazie di nuovo a tutti voi per questa incantevole serata.
Grazie.

Intervista, da parte della TV maltese a Carmel Mallia
(buona parte è comprensibile anche a un italiano):

 

Aliaj Kavaliroj de Sicilio:

Perla Martinelli, giornalista redattrice di Literatura Foiro (Fiera Letteraria)

Basilio Caruso, giornalista ed ex sindaco di Sant’Angelo di Brolo

Amerigo Iannacone, poeta, scrittore ed editore

 

 

 

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