DANKA di Annalisa Farinello

Nella tradizione Rom, vigeva la regola che i figli si fanno sempre nascere, e poi si possono anche rifiutare, lasciandoli alla nonna o a chi, di buona volontà nel clan, si offra di provvedere per loro.
Fu così che Danka, quando venne alla luce nel settimo mese di gestazione, fu affidata alla nonna materna.
La famiglia dove Danka sarebbe vissuta con la nonna Viviane, lo zio materno Ugo, la moglie di lui Violeta e Norka, la loro figlia, di solo pochi mesi più grande, in una roulotte dell’ insediamento alle porte di Bucaterest.
Crescevano insieme le due bimbe, l’affetto della nonna compensava in parte il vuoto che Danka provava quando, sua zia Violeta, coccolava la piccola Norka.
Danka si dimostrò subito una bimba dall’intelligenza vivace e dotata di una profonda sensibilità; sempre riconoscente per quello che riceveva, un debito verso tutti che riteneva di dover pagare.
Non poteva accettare di essere stata rifiutata, si proteggeva creando con la fantasia intrighi terribili e fantasiosi che avevano, non senza grande sofferenza, costretto la sua giovane mamma, all’abbandono.
La cuginetta Norka era una bellissima bambina dai capelli color del grano maturo e grandi occhi azzurri sul visino da bambola.
Non reggeva al confronto, Danka, piccola e magra, pelle olivastra, capelli colore della notte, “un animaletto con gli occhi da diavolo” la definiva la zia. Occhi antracite con pagliuzze dorate che guizzavano come pesciolini quando sorrideva ma che diventavano saette infuocate se subiva un rimprovero, una punizione non meritata.
Non si ribellava, non si difendeva, ma i suoi occhi esprimevano bene quello che provava: un’orgogliosa sfida verso l’ingiustizia che le veniva fatta e per questo la zia la detestava.
Quando le cuginette iniziarono la scuola elementare, Danka entrò subito nelle simpatie della maestra per la sua voglia di imparare. Norka arrancava con fatica tra libri e quaderni, mentre Danka otteneva ottimi risultati senza grande sforzo.
Negli anni che seguirono i risultati scolastici non lasciavano dubbi: Danka era portata naturalmente per lo studio, Norka al contrario preferiva giocare.

Forse per giustificare la figlia o per invidia dei risultati della nipote oppure semplicemente perché era analfabeta, zia Violeta cercava di convincere la suocera e il marito dell’inutilità della scuola, la considerava una perdita di tempo, si lamentava di aver bisogno di aiuto nei lavori domestici e che niente di buono le bambine avrebbero ottenuto.
All’inizio della quinta elementare, Danka ebbe il menarca, momento che segnava il passaggio dall’età infantile a quella adulta; la zia pretese di fatto l’abbandono della scuola per la nipote.
Alle proteste di Danka la zia l’accusò che il suo interesse fosse unicamente per i ragazzi e non per la scuola, insinuando che intrattenesse con loro relazioni intime.
La verginità era un valore assoluto e Danka si sentiva ferita e umiliata dalle insinuazioni e dalle parole durissime che riceveva.
Lo zio e la nonna non presero posizione, temevano le ire di Violeta e, per il quieto vivere non si opposero.
I rapporti con la zia nei due anni che seguirono furono per Danka di paziente sopportazione, i lavori più umili erano tutti per lei. Un mattino, dopo aver preparato il caffè alla turca, mentre raccoglieva le tazze, Danka fu attratta dai fondi di caffè nella tazza della zia e, sorpresa, vi lesse chiaro un messaggio: “Zia Violeta, i fondi mi dicono che andrai in ospedale entro sette giorni, subirai un’operazione alla pancia, starai molto male ma poi guarirai e starai bene. Non ti devi preoccupare.”
La zia andò su tutte le furie, buttò la tazza per terra, picchiò Danka riempiendola di insulti e accusandola di volerle fare il malocchio.
Disperata Danka si rifugiò dalla nonna chiedendole di quale colpa si fosse macchiata.
La nonna la rassicurò e le disse che la capacità di leggere i fondi di caffè è un dono che hanno le persone speciali, nate come lei settimine.
Accadde che dopo sette giorni zia Violeta fu ricoverata effettivamente di urgenza in ospedale per una peritonite, rischiò di morire e dopo una lunga convalescenza tornò alla vita di sempre.
La zia non cambiò atteggiamento nei confronti della nipote, denigrandola ogni qualvolta ne aveva occasione. Si rodeva dalla rabbia perchè molte persone si rivolgevano a Danka, dopo aver appreso come aveva predetto il ricovero e l’esito dell’intervento.
Danka era felice, credeva veramente di poter essere utile agli altri, dispiaciuta che nella sua di tazza, non le appariva mai nulla di leggibile.

Arrivò l’estate e con essa la notizia che si sarebbero recati in Italia, ospiti di una comunità rom di Torino.
Il fine del viaggio era il matrimonio di Norka con il figlio di un’influente famiglia rom di quella comunità.
Lo sposo aveva anch’esso 14 anni; è tradizione millenaria tra i rom il matrimonio tra minori. Nessuno dei due promessi si conosceva, questo poco importava, il matrimonio era stato deciso da tempo tra le due famiglie.
Norka aveva accettato la volontà dei genitori, non si sarebbe mai opposta a quello che riteneva suo dovere e si preparò al viaggio con l’incosciente entusiasmo della sua età.
Danka, obbligata anch’essa a partire in vece della nonna Viviane, era tormentata da un brutto presentimento: la paura che da quel viaggio non sarebbe più ritornata. Dei suoi timori poteva parlarne solo con la nonna, che volle così tranquillizzarla:
“Non preoccuparti, sarà un’esperienza indimenticabile, sii contenta per tua cugina, io sono vecchia, sei sempre così attenta a quanto intorno a te succede, al ritorno sarà bellissimo per me ascoltarti, mi racconterai proprio tutto, ne sono certa.”
Danka non si sentì per nulla rassicurata, per quanto si sforzasse di partecipare ai preparativi per il viaggio mostrandosi serena, i suoi occhi restavano tristi.
Zia Violeta interpretò quella tristezza come invidia verso la cugina e non le risparmiò commenti cattivi, come dare per scontato che mai avrebbe trovato qualcuno disposto a sposarla perché era magra, brutta e sicuramente non più vergine.
Al momento della partenza, Danka abbracciò la nonna con lo strazio di un definitivo addio.
Il viaggio durò parecchi giorni, si fermavano in altri insediamenti mentre la carovana di roulotte si allungava sempre più; il matrimonio era davvero importante e tantissimi sarebbero stati gli ospiti.
Non si era mai allontanata dal luogo dove era nata e viaggiando per paesi nuovi che andavano via via attraversando, la sua naturale curiosità, leniva in parte la tristezza della partenza.
Arrivarono a Torino in un caldo, tardo pomeriggio di agosto; stanchi per il lungo viaggio non ci fu per nessuno il tempo per riposare. Quella sera stessa si sarebbero riunite le famiglie e finalmente anche i promessi sposi si sarebbero conosciuti.
Intorno a un grande tavolo, la cena fu servita in silenzio da sole donne, riservata ai familiari di Norka e di Steven e agli anziani del clan Steven, così si chiamava il nubendo.
Il campo prima affollato e chiassoso era diventato improvvisamente silenzioso e deserto.
Folti riccioli neri, olivatra la pelle, solo un’accenno di barba sul viso da adolescente, bianchissimi i denti, Steven indossava pantaloni bianchi di stoffa lucida, camicia bianca aperta sul petto, fascia di raso anch’esso bianco più volte avvolta intorno ai fianchi, giacchino corto nero e una candida rosa puntata sul risvolto.
Norka era bellissima, i biondi capelli sciolti sulle spalle scoperte, una camicetta azzurra come i suoi occhi, una gonna anch’essa azzurra che le arrivava alle caviglie, orecchini pendenti, collana e bracciali d’oro finemente lavorati. Una principessa, pensò Danka e quando incrociò casualmente lo sguardo di Steven si sentì brutta e insignificante e da quel momento non alzò più gli occhi dalla tavola.
Non prestava attenzione ai discorsi, solo un mormorio indistinto di voci, si sentiva un’intrusa e non spiccicò nemmeno una parola, solo qualche cenno del capo alle donne che servivano al tavolo.
Alla fine della cena Steven, il promesso futuro sposo, si alzò in piedi e disse:
“È quella la ragazza che voglio sposare,” indicando Danka.
Ci fu un silenzio di tomba, come se la vita si fosse fermata, rotto dalle urla di Violeta e dal pianto di Norka,
Danka non riusciva a capire nulla, era la più sconvolta d tutti.
Il capo clan diede ordine di allontanare le due ragazze e le donne, perché gli uomini dovevano discutere della difficile situazione che si era creata.
Danka restò sveglia tutta la notte, non riusciva a dare un senso a nulla. Quali sarebbero state le conseguenze di quanto era successo?
Come affrontare le ire di sua zia Violeta che, come sempre, l’avrebbe ritenuta responsabile? Avrebbe detto a tutti che lei era una persona malvagia, una strega che leggeva i fondi di caffè, artefice del maleficio che aveva sicuramente colpito Steven.
Pensieri catastrofizzanti, solo quelli riusciva a concepire e, se non fosse stato per il dolore che avrebbe arrecato alla sua nonna, si sarebbe uccisa quella notte stessa.
Al mattino, svuotata dai tormenti della notte, quando arrivò lo zio Ugo, restò in attesa rassegnata della pena che le sarebbe stata inflitta.

“È stato deciso: tu sposerai Steven, solo però se sei vergine resterà valido il matrimonio, altrimenti sarai subito ripudiata e nessun altro uomo ti vorra.”
Incredula e stordita, lei sarebbe stata la sposa? Se fosse stata vergine? Ancora quel dubbio su di lei, era stanca di quelle insinuazioni e per puntiglio disse di sì, avrebbe così dimostrato a tutta la comunità quanto bugiarda fosse zia Violeta.
Una paura folle le torceva le viscere, ma la rabbia era ben più forte; così si lasciò preparare per le nozze dalle donne addette a questa funzione.
La fecero immergere in un mastello di legno pieno di acqua calda e fiori di gelsomino, le spalmarono il corpo con olio profumato, le lavarono i capelli, le tagliarono le unghie delle mani e dei piedi colorandole di rosa. Le ispezionarono il corpo minuziosamente per controllare che non avesse ferite in grado di sanguinare e simulare la deflorazione che doveva avvenire quella notte. Era lì ma non c’era, era solo il suo giovane corpo che mani esperte stavano manipolando.
Voleva fermamente, con dignità e orgoglio, contro la zia e contro tutti, che il lenzuolo macchiato di sangue sventolasse al mattino dopo: una bandiera, la prova di quanto erano state immeritate le insinuazioni e le cattiverie che aveva subito e sopportato.
Il lungo velo e fiori di gelsomino intrecciati tra i capelli, la pelle olivastra e il nero corvino dei capelli spiccavano sul bianco quasi abbagliante del vestito quando uscì dalla roulotte. Due ragazzi come guardie del corpo la scortarono fino alla tavola degli sposi e dei familiari; gli altri ospiti, più di duecento, presero posto in altre, lunghe tavolate. Raggiunto l’accordo con la famiglia di Steven, che avrebbe pagato una considerevole somma come risarcimento per la promessa infranta, conversavano tranquillamente, con gli altri invitati, gli zii Ugo, Violeta Norka, la mancata sposa.
Un fazzoletto colorato sulla spalla dei maschi, segno che erano ospiti graditi, lunghe, ampie gonne e camicette colorate per le donne di qualsiasi età anch’esse con fiori tra i capelli, e solo per la sposa fiori bianchi.
Il pranzo, intervallato da musica e balli, durò fino al calar della notte.
Danka era al centro di un’attenzione mai avuta prima; parole e frasi e cantilene di un rito antichissimo che non riusciva a seguire, sulla fronte dita che tracciavano segni augurali; le mani intrecciate con Steven per il fatidico sì. Ubriaca senza aver bevuto, la sua mente, come una telecamera dimenticata accesa da un operatore distratto, stava incamerando fotogrammi di colori di suoni e odori, emozioni fortissime senza riuscire a legarle tra di loro.
La luna ormai alta nel cielo, la festa era finita e lo sposo la stava aspettando sulla porta della roulotte, aveva le braccia alzate a mo’ di arco, e suo zio Ugo la fece passare sotto quello, che simbolicamente , rappresentava l’ingresso alla nuova vita.
Danka e Steven rimasti soli si guardarono, la stessa timidezza, la stessa paura, la stessa innocenza negli occhi. Avevano entrambi quattordici anni.
Fuori si sentivano le voci dei parenti e degli anziani, riuniti intorno alla roulotte ad aspettare, aspettare che fosse consumato il matrimonio e che la prova fosse esibita.
Steven si fece coraggio, fece sedere Danka ai bordi del letto, le sollevò il vestito mentre il cuore di Danka sembrava schizzarle fuori dal petto. Ella chiuse gli occhi e aspettò…
Steven le tolse il velo, le scarpe, le calze e cominciò a sfilarle il vestito, piano piano e con delicatezza.
Sempre con gli occhi chiusi, Danka sentiva le mani un po’ sudate di Steven, che tremavano mentre le toglieva la sottoveste e lo slippino di pizzo e il reggiseno; e poi.il suo corpo nudo, la gola secca, il respiro strozzato, paura pura e l’attesa…
“Come sei bella!” disse Steven; e Danka aprì gli occhi, colse nello sguardo di lui ammirazione e tenerezza mentre con piccoli, teneri baci le sfiorava il ventre e il seno.
Ora ne era certa, sarebbe stata felice con Steven; il destino aveva tessuto la sua trama, la cugina Norka che doveva essere la sposa, era stata solo un mezzo.
Anche Steven si spogliò, giovane eccitato ma inesperto, anche lui alla prima volta.
I loro corpi nudi, entrambi desiderosi e timorosi di conoscersi, di toccarsi, di baciarsi come fanno gli adulti; ma come entrare nell’intimità, unica e irripetibile di quei momenti, quando si percepiva la presenza dei parenti che aspettavano impazienti la prova dell’atto consumato e della verginità deflorata?
La natura, con le sue leggi che sfuggono alla ragione, li portò in un’isola lontana, soli con le loro emozioni, dove il tempo perse valore, dove paura e desiderio magicamente si fusero.
Al mattino, al sorgere del sole, Steven uscì sventolando il lenzuolo come il vessillo di un conquistatore, lo fissò tra le due finestre perché tutti lo potessero vedere.
Un applauso e un’esplosione di grida, di urla, suonatori di fisarmonica e violino intonarono antiche melodie zingare, il campo improvvisamente era desto, era vivo, era festa grande.
Danka, sulla porta della roulotte, sorrideva, riflessi d’oro nei suoi occhi stanchi; tutti gli invitati, donne e uomini, in fila ordinata, l’avrebbero abbracciata, lì sulla soglia della sua nuova casa, l’omaggio che spettava alla giovanissima sposa.
Anche zia Violeta non poteva sottrarsi.

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ACROSTICO di Massimo Celecato

Siamo operai del Signore, per la costruzione del Suo tempio.
Alcuni di noi. a fatica tagliano la pietra con mani polverose di sudore
Mentre altri la strappano dal sussultante grembo dela terra,
Intanto altri con maggior sofferenza la trasportano e la accumulano alle altre.
Deboli braccia nel loro ultimo estremo sforzo la alzano sulle gracili spalle
E scricchiola e vacilla sotto l’immane peso l’ossea carcassa umana.
Alla fine del travaglio, constatato che il compito assegnato è finito,
Nei cieli soddisfatto ognuno si ritira al premio che l’aspetta.
Orgogliosamente da lì contempla lo splendore della Sua creazione. E finalmente capisce!

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Da “IL BELLIMBUSTO” di Giuseppe Campolo

Esistono ancora rari locali commerciali, le cui caratteristiche li farebbero credere più propriamente diffusi in epoche medievali. Chi non ne ha visti, li immagini dei veri e propri antri grigi e fuligginosi, le cui profondità parrebbero inesplorabili e la cui merce ovunque sparsa non è catalogabile. Collocati in periferie di città italiane e della Sicilia in particolare, visitarli è solo un’esplorazione in territorio ignoto, un’avventura senza meta. Essi sono la versione infernale dell’ipermercato: all’ordine è sostituito il disordine; al logico, l’illogico; alle ragazze assistenti delle vendite, cafoni in tuta. Nulla è ciò che appare: l’antico è solo vecchio; il nuovo, refurtiva. Tutto ha il colore della polvere, eppure sono locali alla moda. Ce n’è uno a Messina, in Via Della Tolleranza. Lo distingue un cancello ferruginoso sempre aperto; un portone viene spalancato la mattina e chiuso la sera. È l’antro di un rigattiere? Se così vi piace!
Sono ambienti democratici, isole extraterritoriali dove i ceti sociali non esistono e le signore, che al bar o nei magazzini non incrociano lo sguardo con nessuno, conversano affabilmente con cameriere e muratori, tutti affratellati dalla comune fede in una dea innominata che permetterà loro di comprare per pochi spiccioli il pezzo raro che nessuno ha compreso. Scogliamiglio ciondolava fra la mercanzia come un comune mortale, perché lì i poliziotti pure frequentano, ma non in veste di poliziotti. Un posto come quello non può non esistere, come non può non esistere un lato oscuro in ogni persona; Kaos è il suo nome, scritto in nero su una tavola bianca. Si era chiamato Caos una volta, poi fu modernizzato.
Scogliamiglio osservava da tutti i lati un oggetto curioso, e ora lo stava guardando da sotto in su.
– Vorrebbe sapere cos’è? – Gli chiese un signorotto dall’espressione tanto arguta che gli faceva sospettare preludesse a una burla.
– Forse sarebbe più intelligente non desiderare di saperlo, – rispose nelle difensive Scogliamiglio.
– Potrebbe, apprendendolo, esserne edificato, invece. Noi non abbiamo la più pallida idea di ciò che c’è nelle viscere delle macchine d’ogni tipo che popolano ormai questo mondo. Che ne sappiamo noi di cosa c’è dentro un robot industriale che mette viti e fa buchi, a cui poi dà una fresata, in un pezzo del motore di una locomotiva?
Ma lui non aveva curiosità di nulla che riguardasse le viscere di chicchessia e di qualunque cosa. Era l’uso che l’incuriosiva, di quell’oggetto dalle forme strane e incomprensibilmente allusive. Gli ripugnava l’idea che invece non fosse affatto un oggetto. Ed egli, in quel luogo in cui sfugge ogni senso, veniva a cercare una risposta che tutto il commissariato non sapeva trovare in luoghi propri. E la vera ragione per cui s’insinuava fra oggetti senza numero, panche, tavoli e scaffali, era di riuscire a imbattersi, senza cercarlo, nel Monco. Non aveva mai capito perché gli fosse stato affibbiato quel soprannome, visto che camminava benissimo e aveva due nerborute mani prensili. E finalmente lo vide dirigersi verso di lui, emergendo dalle profondità.
– Ti posso suggerire qualcosa, se mi dici dove vuoi metterlo. – Il Monco dava del tu a tutti, nessuno se ne adontava.
– Non mi serve niente, ma ho desiderio di comprare. Guardo, e niente mi piace.
– Quando non piace niente, è segno che è una buona giornata. Due cose possono succedere: o che risparmi soldi, non comprando niente; o compri qualcosa di cui non ti pentirai mai. Vuoi qualcosa per tua moglie? Per te? Qualcosa da usare in cucina, da sistemare in salotto, in bagno, in camera da letto? Da mettere sul pavimento? Sui muri?
– Per i muri hai pure qualcosa? E che cosa?
– Un arazzo!
Scogliamiglio negò con la testa. Disse:
– Un unico pezzo di muro avrei libero, ma non è adatto a un arazzo. Un pezzo tanto – e indicò la dimensione approssimativa allargando le braccia – giusto sopra la testiera del letto.
– Tu vuoi un miracolo. Ma i santi sono avari. Sono come i ricchi: fanno l’elemosina. Eppure sanno che tanta gente è infelice e tanta muore di fame.
– Ma tu lo puoi fare? – Chiese Sogliamiglio.
– Se lo puoi fare tu, lo posso fare io.
– Non sono né santo né ricco, perciò i miracoli li faccio ogni giorno, e tu lo sai. Anche questo posso fare!
E tutti e due sapevano di che miracoli stavano parlando. Di ciò che si fa fuori da ogni regola ed è il maggior bene e il minor male possibile. Essi erano un punto di congiunzione di due estremi sociali, di due anomalie; e si comprendevano alla perfezione. Un connubio eterno, in terra e in cielo. Il Monco lo invitò a seguirlo, concludendo il loro particolare ragionamento.
Lo guidò nella penombra, in fondo, fino a una porta scura, oltre la quale lo scenario mutava di colpo: luce e uffici illuminati di stupefacente pulizia, con scrivanie sormontate da computer dai grandi monitor piatti. Il Monco gli si rivolse e disse:
– È l’ufficio contabilità e di carico e scarico: cinque impiegati.
Poi si fece seguire per un breve corridoio e quindi imboccò una scala a chiocciola. Scesero in quel che sembrava un garage, ma non c’erano macchine, solo qualche sacco di cemento e dei mattoni accatastati. Mentre lo attraversavano, il Monco schiacciò un piccolo telecomando e il muro di fronte si aprì perché in effetti era un cancello. Accese le luci. Se sopra era l’inferno, lì sotto era il paradiso. Tutto risplendeva d’oro e di cristallo. A pochi era permesso entrare e vedere, perché pochi erano in grado di capire regole non scritte. Neanche Scogliamiglio vi aveva mai messo piede e comprendeva ora che gli veniva fatto “onore”. E sbalordiva:
– Ma da dove entra ed esce tutta questa roba? Come non colpisce l’occhio l’intenso traffico che, devo presupporre, determina?
– Ma dal portone di via Garibaldi, accanto al bar, no?. La merce entra ed esce con il furgone per i rifornimenti del bar. Si chiama Bar Dolly, ma è mio, cioè di mio figlio Brasi; anche il palazzo è mio, cioè di mio genero, mia cognata, mia suocera, miei due nipoti e Nino, figlio adottivo di mio zio Nicola e di mia zia Nannina. Ed è logico che prelievo e consegna della merce avviene a domicilio. Il furgone rientra al deposito della ditta di spedizioni Misasi, sempre mia, cioè della figlia di mia zia Agata. Viene scaricato e ricaricato. I mezzi fanno consegne e prelievi a domicilio.
– Ma la gente come compra? Qui non vedo nessuno!
– E nessuno devi vedere. Vieni, ti faccio visitare il nostro centro commerciale. Vendiamo e compriamo da tutto il territorio nazionale. L’impero del Monco!
Il “centro commerciale” sembrava una copisteria, a giudicare dai macchinari, un ospedale a giudicare degli uomini e delle donne che operavano in camice bianco. Il Monco riprese a dare spiegazioni a Scogliamiglio come se stesse parlando con un collega industriale, o come il direttore della Fincantieri avrebbe potuto illustrare l’azienda al ministro dell’economia.
– Ogni articolo viene fotografato o scansionato e archiviato in una cartella numerata, che fa parte di un catalogo in perenne divenire. Così come fanno capo a noi qualche migliaio di fornitori, tu m’intendi, altrettanto noi siamo collegati con oltre centoventicinquemila clienti, ai quali facciamo le offerte secondo le loro caratteristiche gestite da un sofisticato software continuamente perfezionato dai nostri programmatori. Te lo saresti aspettato a Messina? Sarebbe stato lo stesso nel tuo paese, non è importante il posto; ma io sono di Messina. Tu davvero potresti credere che l’economia di questa città si può reggere sugli impiegati e sui poliziotti? Non vedi che non ci sono più negozi? Non ci sono artigiani. E dove sono i cantieri? E le industie? La città pare morta, e invece è viva, ricca per economia sommersa. Conta le automobili costose, le ville al mare, i viaggi oltre oceano. Caro mio, i poveri sono la facciata modesta di una vasta ricchezza mimetizzata. Quando il popolo è perseguitato, costruisce catacombe, caro Scogliamiglio!
– Vedo quanto è piccolo il mio problema, di fronte all’immensità che ti appartiene e descrivi; e mi meraviglio che mi dedichi tempo.
– Questo non lo dovevi dire. Il Monco non è mutilato nei sentimenti. Per il Monco vengono prima di tutto le persone vere; e prima degli affari i miracoli, che sono l’anima degli affari. Andiamo a fare i nostri miracoli.
Il monco parlò per qualche momento all’orecchio di una signora grassottella e dall’aria bambina. Questa sedette al pc, smanettò un poco e fece un cenno a qualcuno, non si capì chi. Poi tornò al suo lavoro. Qualche minuto dopo arrivò su un carrello il San Girolamo, falso d’autore. Il Monco stesso lo raccolse e glielo porse. Scogliamiglio lo tenne in mano, osservandolo come se fosse un papiro incomprensibile. Si guardarono poi seri negli occhi. Allora il Monco gliene liberò le mani, poi disse:
– Ho capito: miracolo incompleto. Occorre sedersi per un caffè, non è vero?
Non attese risposta. Si avviò verso una porticina, entrarono in una specie di ampio studio con un’enorme scrivania in mogano e sedie in pelle. Un inserviente dal caratteristico volto peruviano e portamento da dignitario si presentò automaticamente. Il suo vestito bianco in stoffa morbida gli dava un’aria strana di sudditanza e d’autorità
– Iter, caffè e piparelli! – Ordinò il Monco. Che era sui cinquant’anni, aveva la faccia magra e segnata, si sarebbe detta di un marinaio se fosse stata anche abbronzata. Poi si rivolse al suo ospite, guardandolo serenamente.
– Cosa ti serve veramente? Altri oggetti? No! Ti servono informazioni.
– Di oggetti mi servirebbero i gioielli rubati insieme al quadro. Ma hai ragione, le informazioni sono più importanti.
– Ma che fai? Non prendi il caffè? E i piparelli? Guarda che questi non sono i piparelli duri che trovi in giro. Sono i cosiddetti quaresimali siciliani. Io questi uso, anche fuori dalla quaresima. Me li faccio fare apposta. Sono nutrienti, digeribili, gustosi. Io non mangio pane né dolci, solo i miei speciali piparelli.
Scogliamiglio chiese:
– Vorrei che tu mi spiegassi perché stai affidando a me tutto quest’immenso retroscena, questo mondo che fin ora non avevo sospettato. Ti credevo parte di un piccolo sottobosco; e invece mi fai scoprire tutta una foresta. Ma che dico? Alla mia vista appare tutto un continente! Perché tanta fiducia? Essa dovrà pur avere un prezzo. Potrò sostenerlo?
– Che domanda! Noi facciamo miracoli, l’hai detto. I miracoli sono facili da fare; a volte sono non fare niente. Non devi fare niente, infatti. È il tuo lasciapassare. Non fare niente, non dire niente. L’hai timbrato diverse volte; e finalmente mi è bastato. Avrai i gioielli. Non che io sappia dove siano o chi ce li abbia in questo momento, ma li avrai. Dove li mando?
– Insieme al quadro, mandali in chiesa con il tuo corriere, indirizzando a “Chiesa San Girolamo, per chi appartengono”. Dimmi tutto sul ladro o sui ladri. Il mio miracolo è garantito.
– Lo so, neanche a dirlo: silenzio e quiete. Le virtù ascetiche!
Il Monco aveva frequentato fino alle scuole medie con scarso profitto e grande noia. Ma il saper leggere fu sufficiente alla sua curiosità per le scorribande nello scibile, che ne fecero un curioso esemplare di sapiente ignorante. Apprendere senza guida lo condusse a una forma di anarchia mentale, e a interpretazioni della realtà non ortodosse. Egli credeva di essere un illuminato. Ma non era pazzo, visto che una numerosa schiera di persone tale lo credeva, compreso Scogliamiglio. E non era un eccentrico, perché non ne aveva la vacuità. Chiese:
– Tutto qua? Ti piacciono i miei piparelli? Vuoi un altro caffé?
– Buonissimi. E un altro caffè ci vuole.
Stava per allungare la mano alla caffettiera per versarselo, ma il Monco lo precedette e lo servì con gran garbo.
Scogliamiglio continuò:
Quello che mi hai accordato, è solo una parte del tuo miracolo. Voglio sapere ben altro.

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LO SPAZIO E IL SUBLIME di Giuseppe Campolo

Quasi non ha massa il neutrino, ma pur sempre è materia, che forse è la condizione per esistere. Il pensiero ha massa? Domanda importante, perché se non ha peso è testimonianza, forse l’unica che avremmo, della realtà dello spirito. E ci darebbe misura della necessità che si ha del tempo anche a quelle sfere. Tuttavia, mi duole dirlo e vorrei negarlo, pare che anche il pensiero ricada nel regno fisico.
Il neutrino, un oggetto così piccolo, particella delle particelle che non può contenere nulla, ha tuttavia l’incredibile forza di perennemente viaggiare, e non lo ferma nessuno. Attraversa pianeti e stelle, s’insinua nel cuore delle galassie e ne esce immune con la stessa forza, il neutrino proiettato a quella fatidica velocità della luce, che forse è più significativa di ogni nostro sospetto sulla enigmatica realtà. Qual è il carburante del suo perpetuo moto se non la stretta relazione con le due astratte concretezze del tempo e dello spazio? A confronto, il fotone è una palla di bigliardo che rimbalza su tutto. Tal velocità, immutabile come nulla lo è, che gli s’impone e li affratella, non potrebbe essere un’equazione propria dello spazio-tempo? Coordinate che la materia genera o da cui essa è generata. Sostanziale dilemma, che può essere complicato dalla possibilità che si generino a vicenda. Fenomeno che appare in più scalini delle contraddittorie espressioni della natura. Mentre sembra che la materia abbia generato la vita, si può ben ipotizzare che la Vita abbia prodotto la materia per potersi manifestare. A se stessa?
Dite, quei fotoni, che disegnano la realtà in colori e ci accarezzano la pelle e nell’attrito si sublimano nei tessuti in dolce tepore, quei fotoni, oltre l’ultimo grano di materia oscura che incontrano, dite se di fatto non impediscano alle estensioni di finire, andando oltre il loro orizzonte, intendo lo spazio e appunto il tempo, che esisterebbero perché qualcosa si muove, e nella fattispecie generati dalla luce. Il punto zero del Big Bang è calcolabile a ritroso, del pari deve esserlo la sfera estesa del dominio della luce in progressione. Tale cifra reale, non criptata ai matematici, dovrebbe essere la dimensione del Cosmo al momento. E ciò indipendentemente dai rapporti di Relatività in cui siamo immersi, mostrando di poterli dominare con la mente. Ma questi due astratti fratelli, coordinate con cui ogni cosa è in intima connessione e in cui il sentore di metafisico è forte, potrebbero essere essi stessi l’immanenza eterna, o aspetti della sua multidimensionalità, che genera il Tutto.
E pensa! E scatena l’evento che vuole.

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I NOSTRI PADRI LLOYD di Giuseppe Campolo

Avete visto i loro monumentali palazzi, quando siete andati a questuare. Perché lì è ammesso soltanto questuare, quand’anche dev’essere riconosciuto un vostro diritto. E avete visto anche l’esercito, in quantitativo di insetti, di impiegati dall’aspetto di carcerieri, e l’organizzazione sul modello militare. E sapete bene che è una provvidenza pensata per voi cinquemila anni fa, in Egitto, quando fu ideata la “Cassa mutua per le spese funebri dei tagliapietre”. Non so se la CMSFT avesse già un suo tempio (chi ha un po’ tempo faccia qualche ricerca e me lo sappia dire, ne sono curioso), ma sicuramente aveva dei funzionari ammantati d’autorità. Sin da allora… E certamente da prima, da quando cioè fu inventato il potere, prima ancora che comparissero le scimmie, i leoni, le antilopi e le capre. E non solo: lo rinvieni fra le formiche. Solo gli uccelli, se non è un ingannevole mio pensiero romantico, si danno alle intemperie e offrono il petto ai cacciatori tra un cinguettio e un volo interrotto, beneficiando della sana e men crudele imprevidenza. Sin da allora fu vincente l’idea di lavorare con profitto per il bene delle popolazioni, alla cui stupidità lo si deve imporre con umilianti vessazioni.
Avete visto le case, le macchine, la boria dei funzionari che vi assicurano il sostentamento in condizioni di anziani, e ai quali voi pagate gli studi dei loro figli in Inghilterra. Avete visto scegliere liberamente, i vecchi, nelle cassette degli scarti, esposte la notte dai generosi fruttivendoli, anch’essi poveri rassegnati alle insipide varietà di frutti presto marcescenti, imposta dalla distribuzione onnipotente. Avete visto i vostri figli sublimare la loro curiosità di sapere nella concreta finalità che qualcuno ne stipendi l’uso, magari chi procurerà loro la morte assicurata. Avete visto gli incendi dei vostri boschi sorvolati da libellule col secchio riempito a mare, dove giace in abbondanza l’acqua che rende sterile la terra. Per questo il fuoco va tenuto appena a bada, lasciando che la foresta diventi fertilizzante cenere. E infine, non avete visto ma, ben sapete degli arsenali militari che, agli estremi, servono a tenere a bada l’incremento demografico e danno respiro, con la distruzione, alla santa produzione. Avete visto le banche programmate per fallire, e i banchieri che fanno fallire quelli che non appartengono ai loro cartelli. Avete visto, quelli arroganti con voi, quanto son proni e fornicati a prezzo. È senza guinzaglio soltanto la fame, nelle sterminate riserve d’Africa e nelle occultate nostrane.
Avete visto, sapete, e nulla potete fare, se non commisurare le vostre azioni alle aspettative di vita. Così, per assicurarvi il futuro, ironicamente, vicinissimo è stato piegato il vostro sguardo. Come avete tracciato, diagramma nella griglia, dei vostri figli la vita! Senza colpa, purtroppo, dunque senza possibilità di riscatto. Ecco perché pagate perfino il premio assicurativo per l’Aldilà. Pur esso un meta, transfinito luogo finito, un bene da acquistare.
Tutto questo dobbiamo agli oroscopisti e ai nostri emeriti padri Lloyd.
A quando l’imprevedibile della vita?
Quando scriveremo parole nostre sulla lavagna dell’ignoto, se prima non ne avremo riconosciuto l’esistenza provvidenziale, naturale, squisitamente umana, necessaria alla nostra magnifica capacità d’invenzione?

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LONELY VALENTINE di Brenda B. Lennox

Guida senza meta in fuga dal giorno degli innamorati – che adorna le finestre, che brilla sui volti delle coppie a passeggio intrecciate, che risveglia i suoi fantasmi. È stanco. Di tutto. Delle cicatrici che si aprono, delle ferite che stillano, dei pezzi di sé che non si ripartiscono.

L’insegna di un motel lungo la strada lo chiama nell’oscurità. Parcheggia, affitta una stanza e si dirige al bar. Ordina un bicchiere mentre osserva l’adesivo a forma di cuore sul registratore di cassa. “Finanche qui!”, pensa.

Una donna lo salva dai suoi ricordi. È carina, anche se il trucco non nasconde le rughe, né il sorriso la tristezza negli occhi. Fa cenno al cameriere di servirle un whisky, senza chiedere. Capisce, ma non gli importa di comprare l’amore. Lei parla in maniera concitata fino a quando comprende che lui preferisce il silenzio. “Only the Lonely” risuona nell’aria. Lei comincia a tradurre con voce sensuale, piena di malinconia. “Solo i cuori solitari sanno come mi sento stasera / Solo i cuori solitari sanno che non si dovrebbe provare tutto questo / … / Solo i cuori solitari sanno perché piango.” La canzone finisce. Lui le mostra le chiavi. Lei annuisce.

Si spogliano con la lentezza di chi non ha nulla da perdere. I corpi sciupati si rivelano nella luce fioca. Lui assapora l’alcol e il carminio delle sue labbra, il profumo floreale del suo collo, la dolcezza fruttata dei suoi seni maturi. Lei, l’asprezza del dopobarba, l’acidità delle ascelle, il sapore di plastica del preservativo. Le accarezza i capelli mentre guarda il suo membro entrare e uscire dalla bocca che lo accoglie, le mani con le unghie lunghe dipinte di rosso che stringono alla base, i seni che dondolano.

Le chiede di restare. Lei accetta. Si baciano e si accarezzano fino a che il suo membro eretto non si ferma sulla cicatrice del ventre di lei. Gli si siede in grembo e lo cavalca con gli occhi chiusi. Li chiude anche lui.
Poi il bacio dolce, il caldo abbraccio, il sogno senza incubi.
La luce fredda del mattino lo sveglia. È solo. I cento Euro sono ancora accanto alle chiavi. “Solo i cuori solitari sanno che non si dovrebbe sentire tutto questo. Chissà, magari domani apparirà un nuovo amore ” – ricorda. E sorride.

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LA KVALITOJ de Serge Sire

Ĉiuj Esperantistoj aŭ Esperantistaj asocioj, kiuj reklamas pri Esperanto, preskaŭ neniam forgesas emfazi ke tiu lingvo estas neŭtrala, kaj ke precize pro ĉi kvalito, ĝi multe pli indas por esti la Internacia lingvo. Tamen tie kuŝas la plej stranga kaj ofta kontraŭdiro, nome ke oni al ĝi ligas ecojn, kiuj tute ne estas neŭtralaj, ekzemple, ne kaŝe, la econ «pacismo». Efektive, ofte oni senĝene mote trumpetas ke Esperanto estas «la lingvo de la paco» – kiel ajn oni difinas pacon, de simpla periodo sen milito ĝis definitiva stato en kiu ne eblas plu militi.
Tio implicas ke ajna Esperantisto nepre estu pacisto, aŭ ke per miraklo ŝuldita al esperantiĝo, homo samtempe iĝas pacisto. Eĉ se oni taksas tion valora celo, tion mi ne povas nomi neŭtraleco.
Nu, mi mem estas Esperantisto, t.e. homo kiu iam lernis kaj nun plu uzas Esperanton, probable pli ol la averaĝa Esperantisto. Tamen, mi ne estas pacisto. Ja mi ŝatas pacon, sed senprobleme mi pretas uzi pafilon defende okaze de milita ofensivo, aŭ atake okaze de kunarmila revolucio.
Oni trovas similajn sintenojn ĉe aliaj etikoj aŭ viv-manieroj, pli malpli kaŝe, ekzemple rilate al ekologio, atom-energio, fumado, veg-ioajn-ismo (ĉiuj laŭ mi konsistigantaj drastajn bremsojn al Eo-disvastigo)…
Kaj imagu, analoge al la fakto ke mi ne estas pacisto, mi ankaŭ ne estas ekologiisto, nek kontraŭ atom-energio, nek anti-fumado, nek veg-ioajn-isto sed ja funde specisto.
Precipe rilate tiun lastan punkton, la argumento por fariĝi veg—isto kuŝas en instigo al supera etiko, kiu metus la homon sur ŝtupo supera al la «kruela naturo».
Tiu etiko tute ne estas internacia, kaj Esperanto, kiel internacia kaj do normale «neŭtrala» ne povas sin nutri de ĝi.
Naturo per si mem ne estas «kruela» (nek «indulga», cetere). Krueli signifas deziri suferigi. Kiam sfego aŭ alia rab-vespo pik-paralizas insekton aŭ araneon kaj demetas sur (foje en) ĝin ovon, tiel ke la onta larvo povu sin nutri de ĝi (plu vivanta !), tio tute ne estas krueleco, sed nur efika sistemo por la pluvivo de la vespa specio. Se ekzistus samtempe alia sistemo malpli «kruela» (laŭ vidpunkto de homo) sed malpli «komforta» por la sfego, tutnature, ĝi ne uzus.
Se instigi al etika pensado por alveni al paradiza mondo, prefere oni provas malfermigi ĉies okulojn pri la ĉefa etika premo preskaŭ tutmonda, nome «kresku kaj multobliĝu»… Se etike ni estus kapablaj ne obei tiun arkaikan instigon (ja prae ĝi estis sekvinda) kaj ne nombri pli ol unu miliardo, ne estus problemoj pri varmiĝo de la planedo nek manĝo de viando, inter alie. Sed nun, nia specio, la plej terure invadema, troviĝas en stato de neebla retroiro. Ve ! ni ne havos multe da posteulaj generacioj… Do, plu manĝante viandojn, kruele, aŭ ne, mi endangerigos l’homaron multe malpli ol la plu naskemuloj.
Serĝo Sir’

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Il sole… di Emilia Bigiani

Il sole
si obliqua
disciolto
in piccole notti.
Cammino
a passi leggeri
appesa a
qualche ricordo.
Ho lasciato il fiato
dentro una
armonica
lontana.

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NON SI SFUGGE DA UN’EMOZIONE di Annalisa Farinello

Ieri 13 settembre, domenica soleggiata, cielo limpido, stato d’animo in attesa. In attesa di qualcosa di bello, che mi scaldasse il cuore, pieno di gelo in questi giorni.
Ho dovuto vincere la resistenza che mi tentava di restare a casa, di grociolarmi nella mia solitudine. Poi il ricordo dei concerti a cui avevo assitito, accolta dal gruppo con quel calore di cui sentivo un estremo bisogno, mi ha fatto cedere.
Il viaggio di andata con Marco e le sue due figlie, Anna e Claudia e, con Claudia la sorpresa, abbiamo scoperto di essere nate lo stesso giorno, il 22 novembre anche se a distanza di molti anni, “sigh”, per me!
Il discorrere di tante cose senza paura di essere fraintesa, ascoltare ed essere ascoltata con il piacere reciproco di uno scambio di esperienze, di idee, di emozioni, di problemi e difficoltà che ognuno di noi incontre quotidianamente senza giudicare o senza essere giudicati, rispetto reciproco insomma. Rispetto! Che parola semplice a dire e così difficile da trovare nelle relazioni! E’ consolante scoprirla come essenza, come parte integrante di alcune persone, poche invero.
Ci troviamo tutti all’uscita dell’autostrada. Rivedo con piacere Filippo e il suo abbraccio mi avvolge piacevolmente.
Scuderia Bi.Gi. Cascina Goraro, in una località tra Brescia e Cremona. Una decina di chilometri dall’uscita dell’autostrada, poi qualche chilometro di strada bianca fiancheggiata da robinie e gelsi.
Procediamo in fila indiana con le macchine avvolte da una nuvola di polvere bianca e sottile.
Arrivata alla Cascina, resto impressionata dalla grandezza degli edifici tutti in mattoni rossi. Ci accolgono la proprietaria, Ingrid e la sorella. Molto simili nell’aspetto ad eccezione dell’altezza, Ingrid è parecchio più alta, entrambe portano i capelli biondi a caschetto, occhiali scuri, pantaloni sportivi, scarpe basse, fisico asciutto. (Per il concerto si sarebbero vestite in lungo, di bianco.)
Cordiali e per nulla pompose, ci danno alcune notizie sulla scuderia. Questa parte della proprietà si estende per quaranta ettari, ed è usata come palestra per i cavalli a partire dai sette mesi, svezzati da poco. Allevano cavalli da corsa specializzati nelle gare di trotto. Ne possiedono duecento dislocati in tre cascine.
In quella padronale, vi è compreso un campo da golf di 18 buche. Una parte della proprietà è riservata alle giumente e agli stalloni da riproduzione; tutti i loro cavalli sono nati qui, in una nersery modello.
Il concerto, che ha come titolo conduttore “Cantilunio”, (opera sicuramente di Filippo questo particolarissimo acronimo), si svolgerà in due momenti: una prima parte al centro di un anfiteatro naturale che raggiungiamo a piedi camminando in un pascolo immenso con l’erba tagliata e, non un filo si staglia per rompere l’uniformità di questo immenso tappeto erboso.
Alla nostra destra un gruppo di puledri segue il capobranco che ben si individua, con il muso rivolto in avanti, elegante e fiero come la prua di una nave, segna la rotta. Grandi staccionate dividono in grandi sezioni il pascolo e separano i cavalli maschi dalle femmine.
Le staccionate sono tutte elettrificate, a basso voltaggio si intende.
Il gruppo che stiamo ammirando è di maschi e al rumore cadenzato degli zoccoli se ne percepisce un altro, mai sentito, ritmico anch’esso ma quasi ovattato. Ingrid ci spiega che è il rumore prodotto dai testicoli dei cavalli che sobbalzano e si bocciano durante il trotto; incredibile!
Resto a guardarli ammirata della loro elegante naturalezza, poi mi chiedo se non siano i cavalli con il loro brucare e, non opera di un tosaerba, gli artefici di questo bellissimo, immenso, perfetto mare verde dove il mio stivale affonda con piacere.

Arriviamo al centro della radura, un gruppo di alberi disposti naturalmente ad anfiteatro faranno da palcoscenico e cornice alla prima parte del concerto.
Filippo dispone i cantori, Marco posiziona il cavalletto per le foto e poi qualche piccolo accordo di prova. Si ritorna alla cascina seguendo un altro percorso rispetto all’andata. Stesso manto erboso, ogni tanto una zolla sollevata da uno zoccolo mi fa capire che i padroni assoluti di questo spazio sono loro: i cavalli.
Si continuano le prove sotto un antico portico che termina in un fienile. Il palco è già stato allestito ieri da Marco. Una sessantina di poltroncine bianche come quelle da giardino accoglieranno gli ospiti durante il concerto.
Fa caldo e attraversiamo la grande corte. Un altro portico completa la costruzione speculare a dove si svolgerà la seconda parte del concerto. Stanno arrivando gli ospiti che, essendo tutti amici dei padroni di casa, si impegnano a preparare una decina di tavole. Sarà offerta alla fine, una cena a buffet.
Un grande frigorifero ad armadio riempito fino all’inverosimile offre agli ospiti e ai cantori la possibilità di dissetarsi con acqua o birre fresche. Mi siedo sotto il portico e mentre i componenti del coro si stanno cambiando in una stanza vicina, mi dedico a una delle mie occupazioni preferite: osservare le persone e cercare di intuire attraverso il loro comportamento le dinamiche che mettono in atto nell’accostarsi le une alle altre.
Il tempo scorre veloce quando mi immergo in questo gioco della mente, senza malizia o pregiudizi, solo come osservatore.
I cantori sono pronti; vestiti rigorosamente di nero, un bocciolo di rosa bianca quasi lattea, ingentilisce l’austerità dell’insieme. Solo Filippo indossa su pantaloni neri una camicia bianca, collo alla coreana, bottoncini di stoffa a nodino, un po’ orientaleggiante. E’ proprio un bel vedere e sono felice di esere qui con loro.
Il sole è meno alto e ci incamminiamo per la prima parte dell’esibizione che sarà all’aperto; passiamo vicino ad una vasca, quasi una piccola piscina dove i fiori di loto hanno trovato dimora confortevole perchè ne hanno ricoperto tutta la superfice. Dalle grandi foglie di un verde intenso e lucido, spuntano simili a colli di tante gru i gambi lignei dei fiori che, non ancora appassiti, formano naturali, stupende sculture.
Le erbe, per la temperatura meno calda, aprono i loro pori e rilasciano i loro aromi e il prato ora profuma, profuma di pulito.
Anna, la figlia di Marco, incaricata di scattare le foto, è intimidita per paura di sbagliare, comprensibile perchè, immortalare quell’angolo dove la natura fa spettacolo, accoglie e abbraccia i cantori come in un’urna, renderebbe ansioso chiunque. Claudia la sorella più giovane la rassicuta, io la incito e lei comincia a scattare.
Arrivano gli ospiti che Filippo invita a disporsi in semicerchio di faccia al coro, quasi a completare idealmente un cerchio.
Si inizia, Filippo si pone davanti al leggio e tutti aspettano, siamo tutti come sospesi; John Gage, solenne il silenzio di 4’33” che parla al cuore di chi sa ascoltare.
Poi i maschi del coro, rimasti muti, cheti cheti si allontanano, in buon ordine abbandonano la scena.
Susanna, con la sua voce da contralto estremamente raro e che tanto invidio, il cui termine designa sia la più grave delle voci femminili, sia la cantante che la possiede. Il suo registro peculiare riempie l’aria, la robustezza, la rotondità, l’ampiezza del volume e la pienezza della sonorità in essa si fondano e poi ancora le sole voci femminili in “ A Nannina”. Stupore e incanto, emozioni pure che fanno bene all’anima, entrano in me prepotentemente e mi fanno sentire viva.
Lunghi, lunghissimi applausi, ben meritati anche da parte di tutto il pubblico.
Il cammino a ritroso insieme. Giovanna, una delle soprano, scopre un quadrifoglio, non so come in un prato così grande. Lo coglie e me lo dona. Questo piccolo, delicato quadrifoglio serberò gelosamente come il regalo più bello e più prezioso.
Arriviamo all’edificio principale, tutto si svolgerà sotto al portico, mi accomodo tra gli ospiti mentre i cantori si dispongono a ventaglio per l’esibizione.
La breve presentazione che Filippo ci offre per ogni brano è carica di passione; passione per la musica, passione per gli autori, per la storia che contiene, per le loro storie umane. E’ così che si entra in sintonia, un tutt’uno per goderne appieno la magia.
Ricordando il Festival Internazionale Corale e il tour in Sicilia del 2006, introduce il pezzo scritto dal Maetro Luciano Berio, trova il modo carinissimo di citare tra le altre cose…l’amica Annalisa, anche oggi qui presente…Grazie Filippo dice il mio cuore, grazie di chiamarmi amica, ne sono onorata.
Le emozioni non finiscono, sotto il porticato, uno dopo l’altro i pezzi del coro fluiscono, avvolgono, catturano, incantano.
Dopo gli applausi che sembrano non finire mai, un po’ stordita mi fermo, sola, un po’ da sola mentre tutti si avviano al buffet; da sola perché voglio che diventino memoria permanente e non attimi intensi ma fugaci le mie emozioni.
Ora sto bene, proprio bene e ho voglia di assaggiare le leccornie che gli altri stanno già gustando; c’è di tutto, stuzzichini a non finire, parmigiana di melanzane, pasta fredda, mozzarelline, frittatine, crostini, olive e pomodorini ripieni, salumi e…tre porchette allo spiedo!
Dolci e frutta a volontà, vini pregiati e per il brindisi finale, lo spumante.
Non ho fame, solo voglia di condividere il momento conviviale e, mentre seduta sorseggio un po’ di vino bianco e sbocconcello una piccola pagnotta di pane salato, si avvicina uno dei cantori, è uno dei bassi nel coro, Roberto.
Si toglie la sua rosa bianca e me la appunta sul petto. “Questa è per te” Il suo è un gesto di amicizia e di stima, sono commossa.
Mi sento in pace con me stessa, è bello essere qui, li ringrazio tutti ad uno ad uno con lungo abbraccio prima di ripartire.

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POIESIS di Lucilla Trapazzo

T’incontrerò di notte nel verso di una canzone, saremo gli sguardi voltati di Hopper nella tela del tempo o le ombre di una Nouvelle Vague. C’incontreremo e cercherai nel mio viso segnali, crateri, arterie e fiumi di mota, indagherai con gli occhi i solchi della tua presenza. C’incontreremo e parleremo di noi. Mi racconterai dei tuoi amori inseguendo sulla pelle i miei. Rideremo delle nostre urla, rideremo ancora dei ricordi differenti e giocheremo a reinventare il puzzle. Per ogni memoria svelata un’altra si offusca in lento movimento. Rideremo e non rideremo davvero; tra le dita la cifra di quello che eravamo. Le dita sanno sempre quanto sia semplice amarsi; le mie strapperanno il foglio di un quaderno, tu ne farai coriandoli e vivremo dentro l’attimo, un’altra storia, un’altra dimensione, dove tutto è lo stesso o forse differente, in un posto dove nessuno conosce il mio nome né il tuo, dove nessuno ti chiede se è giusto. Dentro l’attimo brillerà la melodia nascosta delle more mature. Poi di nuovo cercherai di riempire i silenzi e vorrai raccontarmi il mondo coi tuoi occhi, come zucchero filato, cercando una ragione. Nel mio spazio le frasi restano in sospeso, così la mestizia d’aracnide.
Non penso i pensieri che penso, semplicemente accadono. Come accade il niente. Due punti nello spazio complanare, due rette tangenti, un incontro, come ogni altro possibile incontro, geometrie di angoli adiacenti, frazioni di angolo giro. Cosa pensano queste case, questo chiaroscuro, queste foglie e il silenzio fragile del cuore bambino nascosto dentro il cuore? Quante cose mai saprò di te, quante cose non raggiungerai di me. Ho amato le tue sconfitte, il pulsare feroce della tigre; tu amavi la mia tristezza opaca e la luce d’assenzio nelle crepe. Se solo il tempo dimenticasse di scorrere, se ogni singola cellula smettesse di lottare per la vita e la morte, giorno dopo giorno, anno dopo anno, per l’eternità. Sarebbe semplice se il tempo fosse qui, ora e per sempre, nella semplicità di un gesto ripetuto, l’odore del caffè, il getto caldo della doccia sulla pelle. Una notte qualunque invece, nel sonno, all’improvviso la macchina perfetta ha scartato di lato – forse una sinapsi ostruita – il flusso chimico di serotonina ha smesso di scorrere. Le informazioni neurali scolorite in nude formule binarie, è mutata in silenzio la musica delle sfere. Poi il resto è corso via così, insieme all’universo in espansione. Dall’uno due, un guanto spaiato, una canzone dimenticata consumando in solitudine il pensiero.
Non è mia la colpa né tua, ognuno è popolato interamente da se stesso.

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